POLITICA WOKE: UNA MODA O UNA RIVOLUZIONE CULTURALE?

 


POLITICA WOKE: UNA MODA O UNA RIVOLUZIONE CULTURALE?

Filosofia da due soldi

Ci sono parole che, a un certo punto della loro esistenza, smettono quasi di significare qualcosa di preciso perché cominciano a significare troppe cose. Woke è certamente una di queste.

Per alcuni indica una maggiore sensibilità verso discriminazioni, razzismo, sessismo e disuguaglianze. Per altri è diventata la parola con cui identificare una cultura eccessivamente attenta al linguaggio, ossessionata dalle identità, incline alla censura e intollerante verso il dissenso. Per altri ancora non è che un’etichetta polemica utilizzata per mettere nello stesso contenitore fenomeni molto differenti.

Così oggi possono essere definiti woke un film che modifica l’etnia di un personaggio, un’università che rivede il proprio linguaggio, un’azienda che promuove politiche di inclusione, la contestazione di una statua, una battaglia sui pronomi, una campagna contro il razzismo o una polemica su un libro scritto cinquant’anni fa.

Quando una parola arriva a comprendere contemporaneamente tutto questo, la prima cosa da fare è forse fermarsi e chiedersi:

di che cosa stiamo realmente parlando?

Una parola che significava essere svegli

Il termine woke nasce nell’inglese afroamericano e, molto prima delle polemiche contemporanee, indicava essenzialmente l’essere «svegli», vigili, consapevoli delle ingiustizie e in particolare del razzismo.

Stay woke: rimani sveglio.

Non lasciarti ingannare dall’apparente normalità delle cose. Guarda i rapporti di potere nascosti dietro ciò che viene presentato come naturale.

In questa origine esiste un’intuizione filosofica tutt’altro che banale.

Le società producono abitudini talmente radicate da diventare invisibili. Una discriminazione può continuare a esistere proprio perché nessuno la riconosce più come tale.

Essere woke, nel significato originario, voleva dunque dire vedere ciò che gli altri non vedono più.

Successivamente il termine si è esteso a molte altre questioni riguardanti identità, genere, minoranze, rappresentazione culturale e linguaggio.

Ed è proprio questa espansione ad averlo trasformato da parola d’ordine di emancipazione in uno dei concetti più controversi della politica contemporanea.

Il potere nascosto nelle parole

Una parte importante della sensibilità woke riguarda il linguaggio.

Le parole, si sostiene, non descrivono semplicemente il mondo: contribuiscono anche a costruire il modo in cui lo percepiamo.

L’idea non nasce certo sui social network.

La filosofia, la linguistica e le scienze sociali discutono da molto tempo del rapporto fra linguaggio e realtà. Se una società utilizza sistematicamente determinate parole per descrivere alcuni gruppi, quelle parole finiscono per influenzare la rappresentazione che ne abbiamo.

Cambiare il linguaggio può quindi contribuire a cambiare la società.

Del resto è già accaduto innumerevoli volte.

Espressioni un tempo considerate normali sono oggi percepite come offensive. Non perché improvvisamente siamo diventati tutti più fragili, ma perché sono cambiate la sensibilità collettiva e la percezione della dignità delle persone alle quali quelle parole erano rivolte.

Il linguaggio evolve perché evolve la società.

Ma qui compare il primo problema.

Chi decide quando un’evoluzione linguistica diventa un’imposizione?

Inclusione o sorveglianza linguistica?

Una cosa è chiedere alle persone di evitare espressioni chiaramente insultanti.

Un’altra è costruire un sistema nel quale ogni parola debba essere continuamente controllata per verificare che nessuno possa interpretarla come offensiva.

La differenza può sembrare sottile, ma è fondamentale.

Una cultura democratica deve contemporaneamente proteggere la dignità delle persone e permettere la libertà di espressione.

Questi due valori possono entrare in tensione.

Se qualsiasi disagio provocato da un’opinione viene interpretato come una forma di violenza, il rischio è trasformare progressivamente il diritto a non essere discriminati nel diritto a non essere contraddetti.

E sono due cose profondamente diverse.

La filosofia nasce proprio dalla possibilità di dire qualcosa che un altro considera sbagliato.

Socrate non era esattamente una persona che evitava di mettere a disagio i propri interlocutori.

La cancel culture

Pochi concetti sono associati al dibattito woke quanto la cosiddetta cancel culture.

Anche qui, però, realtà differenti vengono spesso sovrapposte.

Criticare pubblicamente qualcuno per ciò che ha detto è libertà di espressione.

Decidere di non acquistare più i prodotti di un’azienda è una scelta del consumatore.

Chiedere a un’università di non invitare un relatore è una forma di pressione politica.

Pretendere che qualsiasi persona che abbia espresso un’opinione controversa venga esclusa permanentemente dalla vita pubblica è qualcosa di diverso.

La questione interessante non è stabilire se la cancel culture «esista» oppure no, come se fosse un oggetto che possiamo trovare in un cassetto.

La domanda più utile è:

quanta possibilità di errore vogliamo concedere agli esseri umani?

Una società nella quale ogni frase pronunciata a vent’anni possa essere recuperata a cinquanta e trasformata in una condanna definitiva rischia di dimenticare una caratteristica fondamentale della persona: la capacità di cambiare.

Il passato sotto processo

La sensibilità contemporanea ha investito anche la storia.

Statue abbattute, monumenti contestati, opere letterarie rilette alla luce del colonialismo, del razzismo o del sessismo.

Anche in questo caso le posizioni estreme semplificano il problema.

Dire che un personaggio storico debba essere giudicato esclusivamente secondo i valori della propria epoca significa dimenticare che anche nel passato esistevano conflitti morali.

Ma giudicare ogni persona vissuta tre secoli fa esclusivamente secondo le categorie del presente significa commettere l’errore opposto.

La storia non dovrebbe essere né santificata né cancellata.

Dovrebbe essere compresa.

Una statua può essere contestualizzata. Un’opera può essere letta criticamente. Possiamo ammirare un autore senza trasformarlo in un modello morale assoluto.

La maturità culturale consiste anche nel riuscire a convivere con le contraddizioni.

Il grande merito della cultura woke

Sarebbe però ingiusto raccontare questo fenomeno soltanto attraverso i suoi eccessi.

La nuova sensibilità verso discriminazioni e rappresentazione ha obbligato molte società a osservare problemi che spesso preferivano ignorare.

Chi viene rappresentato nei film?

Chi occupa posizioni di potere?

Quali esperienze vengono considerate «normali» e quali marginali?

Perché alcune battute che facevano ridere una generazione risultano dolorose a quella successiva?

Perché determinati gruppi hanno avuto per secoli una voce pubblica molto inferiore rispetto ad altri?

Sono domande legittime.

E una società che se le pone non è necessariamente una società decadente.

Potrebbe essere semplicemente una società che sta cercando di diventare più consapevole delle proprie contraddizioni.

E il suo grande rischio

Ogni movimento nato per mettere in discussione un’ortodossia corre però il rischio di crearne una nuova.

Quando alcune convinzioni vengono considerate moralmente così evidenti da non poter più essere discusse, la cultura critica può trasformarsi nel proprio contrario.

Non si domanda più:

«È vero?»

Si domanda:

«È consentito dirlo?»

È un passaggio pericoloso.

Non perché tutte le opinioni abbiano lo stesso valore. Alcune sono false, altre superficiali, altre ancora possono essere apertamente discriminatorie.

Ma una società libera deve possedere strumenti per confutarle senza trasformare automaticamente ogni controversia in un processo morale alla persona che le esprime.

Altrimenti la paura di sbagliare prende il posto della discussione.

E una società nella quale tutti utilizzano le parole corrette perché temono le conseguenze non è necessariamente una società più tollerante.

Potrebbe essere soltanto una società più conformista.

Quando entra la politica

A questo punto il fenomeno diventa ancora più interessante.

Negli ultimi anni woke è progressivamente diventato anche uno strumento della battaglia politica.

Una parte della sinistra ha adottato alcune rivendicazioni identitarie come componenti della propria agenda culturale. Una parte della destra ha trasformato l’opposizione al woke in una propria bandiera.

Il risultato è che questioni complesse vengono spesso ridotte a segnali di appartenenza.

Una parola, un film, un programma scolastico possono diventare immediatamente «di destra» o «di sinistra».

E quando questo accade diventa molto difficile ragionare sul merito.

Si smette di chiedersi se una determinata proposta sia ragionevole.

Si cerca invece di capire da quale tribù provenga.

È uno dei meccanismi più antichi della politica, semplicemente trasferito su un nuovo terreno culturale.

Anche l’anti-woke può diventare un’ideologia

C’è poi un curioso paradosso.

Chi critica la cultura woke perché vedrebbe discriminazioni ovunque può finire per vedere il woke ovunque.

Una protagonista femminile diventa woke.

Un personaggio appartenente a una minoranza diventa woke.

Una pubblicità inclusiva diventa woke.

Un cambiamento linguistico diventa woke.

A quel punto l’anti-woke rischia di trasformarsi nello specchio di ciò che critica: una lente ideologica attraverso la quale interpretare qualsiasi fenomeno.

Ed è forse questo il segnale più evidente che siamo entrati in una vera guerra culturale.

Entrambi gli schieramenti finiscono per avere bisogno dell’altro.

Moda o rivoluzione culturale?

Possiamo allora rispondere alla domanda iniziale.

Probabilmente entrambe le cose.

Esiste certamente una componente di moda.

Parole, formule linguistiche e pratiche sociali oggi considerate indispensabili potrebbero apparire fra vent’anni curiose o eccessive. Alcune aziende hanno utilizzato il linguaggio dell’inclusione soprattutto come strategia di marketing. Una parte dell’attivismo dei social network possiede inevitabilmente caratteristiche effimere.

Ma sotto questa superficie esiste una trasformazione molto più profonda.

Il modo in cui le società occidentali discutono di identità, genere, discriminazione, colonialismo, rappresentazione e linguaggio è cambiato.

E difficilmente tornerà esattamente quello di prima.

Questo non significa che tutte le rivendicazioni nate all’interno della cultura woke siano destinate a prevalere.

Significa che le domande che ha sollevato resteranno.

Forse il problema è proprio essere svegli

C’è infine una piccola ironia nella storia di questa parola.

Woke significa sveglio.

Ma essere davvero svegli dovrebbe significare anche essere capaci di dubitare delle idee del proprio gruppo.

Se critichiamo ogni trasformazione culturale perché ci disturba, probabilmente non siamo molto svegli.

Se accettiamo qualsiasi nuova ortodossia perché ci sembra moralmente superiore, probabilmente non lo siamo neppure.

Essere intellettualmente svegli significa qualcosa di più difficile.

Significa difendere una minoranza senza rinunciare alla libertà di discutere.

Riconoscere una discriminazione senza vedere discriminazioni dappertutto.

Accettare che il linguaggio cambi senza trasformare ogni parola in un campo minato.

Studiare criticamente il passato senza cancellarlo.

E soprattutto essere disposti ad applicare il dubbio anche alle convinzioni che consideriamo più giuste.

Forse la politica woke passerà.

Forse cambierà nome.

Forse alcune delle sue battaglie diventeranno così normali che nessuno ricorderà più che un tempo erano controverse, mentre altre saranno abbandonate come esagerazioni di un particolare momento storico.

È sempre successo alle rivoluzioni culturali.

Ma una domanda rimarrà.

Come possiamo costruire una società più rispettosa delle differenze senza renderla meno libera di discuterne?

Per una rubrica che si chiama Filosofia da due soldi, non è poi una domanda da poco.


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