lunedì 18 maggio 2026

Corso di storia della filosofia: Bentham 1748

 

Jeremy Bentham (1748–1832)

Il filosofo della felicità misurabile

Chi era?

Filosofo, giurista e riformatore sociale inglese, Bentham è considerato il fondatore dell’utilitarismo. Si oppose con forza al diritto naturale, alle tradizioni non giustificate e alla morale fondata su principi astratti, proponendo invece un’etica pratica, fondata sul principio di utilità.

Il cuore del suo pensiero: il principio di utilità

“La natura ha posto l'umanità sotto il dominio di due sovrani: il dolore e il piacere.”

Bentham sostiene che tutte le azioni umane sono guidate dalla ricerca del piacere e dalla fuga dal dolore. Di conseguenza, la morale deve basarsi su questo dato di fatto: un’azione è buona se aumenta la felicità e diminuisce la sofferenza.

Il calcolo edonistico

Per rendere etica e politica scientifiche e razionali, Bentham propone di misurare l’utilità in base a criteri quantificabili, tra cui:

  • Intensità del piacere
  • Durata
  • Certezza o incertezza
  • Prossimità o lontananza
  • Fecondità (se genera altri piaceri)
  • Purezza (se è privo di dolore)
  • Estensione (quante persone coinvolge)

Questo approccio mira a trasformare l’etica in una matematica della felicità.

Riforme e impatto sociale

Bentham fu un convinto riformatore. Si batté per:

  • Riforma del diritto penale e abolizione delle pene crudeli
  • Diritti delle donne
  • Abolizione della schiavitù
  • Trasparenza e democrazia
  • Istruzione pubblica
  • Tolleranza religiosa Fu anche un precursore della difesa dei diritti degli animali:

“La domanda non è: possono ragionare? né: possono parlare? ma: possono soffrire?”

Eredità

La sua influenza si è estesa:

  • Alla filosofia morale, con l’elaborazione successiva di John Stuart Mill
  • Alla teoria del diritto, con il concetto di positivismo giuridico
  • Alle scienze sociali, con il tentativo di rendere misurabile il benessere collettivo

Persino il suo corpo imbalsamato è visibile al University College di Londra, come simbolo del suo credo razionalista e laico.

domenica 19 aprile 2026

Corso di storia della filosofia: Kant 1724

Immanuel Kant 1724


Immanuel Kant nacque il 22 aprile 1724 a Königsberg, nella Prussia orientale (oggi Kaliningrad, in Russia). È considerato uno dei filosofi più influenti della storia del pensiero occidentale.

La sua famiglia era di modeste condizioni economiche e profondamente religiosa, appartenente al pietismo luterano. Questo ambiente influenzò fortemente la sua educazione iniziale. Fin da giovane Kant mostrò una grande intelligenza e una curiosità profonda verso il mondo naturale e la conoscenza umana.

Nel 1740, all’età di 16 anni, iniziò gli studi universitari presso l’Università di Königsberg, dove si dedicò principalmente alla filosofia, alla matematica e alle scienze naturali. Dopo la morte del padre, dovette sospendere temporaneamente gli studi per lavorare come precettore privato, mantenendosi da solo. Solo più avanti riuscì a tornare all'università, intraprendendo una lunga carriera accademica.

Nel corso della sua vita, Kant rivoluzionò il pensiero filosofico con opere come la "Critica della ragion pura" (1781), in cui cercò di rispondere a domande fondamentali sulla conoscenza, sull'esperienza e sui limiti della ragione umana. La sua filosofia, nota come "idealismo trascendentale", sostiene che noi non conosciamo il mondo "in sé", ma solo come appare a noi attraverso le forme della nostra mente.

Il 1724, dunque, segna solo l'inizio della vita di Kant, ma già il contesto culturale e familiare in cui nacque lo predispose a diventare uno dei più grandi pensatori di sempre.

Dopo aver terminato gli studi e lavorato come precettore privato per circa nove anni, Kant tornò stabilmente a Königsberg, dove iniziò la carriera universitaria. Nel 1770 ottenne la cattedra di professore ordinario di logica e metafisica. Da quel momento in poi visse una vita molto regolare e metodica: si dice che i suoi concittadini potessero regolare gli orologi vedendolo passeggiare sempre alla stessa ora!

Il periodo più importante della sua produzione filosofica viene chiamato periodo critico. La svolta avviene con la pubblicazione della "Critica della ragion pura" (1781), opera complessa e rivoluzionaria. Kant si pone una domanda fondamentale:
"Che cosa possiamo sapere?"
La risposta che dà è che la nostra conoscenza nasce da una combinazione tra i dati dell'esperienza sensibile e le strutture a priori della mente, come spazio, tempo e categorie dell'intelletto.

Successivamente, Kant pubblica altre due grandi opere critiche:

"Critica della ragion pratica" (1788), dedicata alla morale: qui sviluppa il concetto di imperativo categorico, la legge morale che comanda universalmente e indipendentemente da ogni interesse personale.

"Critica del giudizio" (1790), che tratta il tema dell'estetica e del finalismo nella natura.

Il suo pensiero ha influenzato profondamente non solo la filosofia, ma anche la scienza, la politica, la teologia e perfino l'arte.
Con Kant si chiude l'epoca della filosofia moderna e si apre quella della filosofia contemporanea.

Negli ultimi anni di vita, Kant si dedicò a riflessioni sulla pace e sulla politica. Scrisse il celebre saggio "Per la pace perpetua" (1795), in cui proponeva una sorta di "federazione di Stati liberi" per prevenire le guerre, un'idea che ha ispirato anche istituzioni moderne come l'ONU.

Morì a Königsberg il 12 febbraio 1804, a quasi 80 anni.

venerdì 17 aprile 2026

Corso di storia della filosofia: Fichte 1762

Johann Gottlieb Fichte 1762

Johann Gottlieb Fichte nacque il 19 maggio 1762 a Rammenau, in Sassonia (Germania). È considerato uno dei maggiori esponenti dell’Idealismo tedesco, successore diretto del pensiero di Immanuel Kant.

Figlio di una famiglia povera, mostrò fin da giovane un grande talento intellettuale. Grazie al sostegno di un nobile locale, poté studiare presso buone scuole e poi frequentare l'Università di Jena e quella di Leipzig, concentrandosi su filosofia e teologia.

Il vero punto di svolta nella sua carriera avvenne intorno al 1791, quando, mentre studiava Kant, scrisse un'opera intitolata "Saggio di una critica di ogni rivelazione". Questa opera fu inizialmente pubblicata anonimamente e molti la attribuirono a Kant stesso. Quando si scoprì che l’autore era Fichte, la sua fama crebbe rapidamente.

Nel 1794, ottenne la cattedra di filosofia all’Università di Jena, succedendo di fatto a Kant come nuova voce centrale della filosofia. È in questo periodo che sviluppò il suo sistema filosofico personale, che chiamò "dottrina della scienza" (Wissenschaftslehre).

Punti chiave del pensiero di Fichte:

Al centro di tutto c’è l’Io: è l'Io che pone se stesso e il mondo.

A differenza di Kant, che lasciava un "mondo noumenico" fuori dalla nostra conoscenza, per Fichte tutto è prodotto dell’attività dell’Io.

L'Io si definisce opponendosi al "Non-Io" (la realtà esterna), creando così la base della conoscenza e dell’esperienza.

La filosofia di Fichte è molto dinamica: il soggetto non è statico, ma si realizza agendo, lottando, migliorandosi.


Dal punto di vista politico, Fichte fu anche un patriota appassionato. Durante l'occupazione napoleonica della Germania, pronunciò i celebri "Discorsi alla nazione tedesca" (1808), che divennero un simbolo di risveglio nazionale e culturale.

Negli ultimi anni della sua vita, Fichte continuò a insegnare filosofia a Berlino, dove fu anche il primo rettore dell'Università Humboldt. Morì nel 1814 a Berlino, a causa di un’infezione contratta assistendo la moglie malata.

giovedì 16 aprile 2026

Corso storia della filosofia: Hegel 1770

Friedrich Hegel 1770


Friedrich Hegel nacque il 27 agosto 1770 a Stoccarda, nel Ducato del Württemberg (oggi Germania).
È uno dei più grandi filosofi della storia occidentale ed è considerato il massimo esponente dell’Idealismo tedesco, dopo Kant e Fichte.

Fin da giovane ricevette un'educazione molto solida in filosofia, teologia e lingue classiche. Studiò all’Università di Tubinga, dove strinse amicizia con altri due futuri grandi pensatori: Friedrich Hölderlin (poeta) e Friedrich Schelling (filosofo).

Dopo alcuni anni di difficoltà economiche e lavori secondari (come precettore privato), iniziò a pubblicare le sue opere più importanti e a emergere come uno dei pensatori più influenti.

La sua prima opera fondamentale fu la "Fenomenologia dello spirito" (1807), un libro complesso e rivoluzionario in cui Hegel descrive il cammino della coscienza individuale e collettiva dalla percezione sensibile fino al sapere assoluto.

Caratteristiche principali del pensiero di Hegel:

Dialettica: il motore della realtà è un processo di sviluppo basato su contrasti e superamenti (Tesi → Antitesi → Sintesi).

Assoluto: il fine di tutto è la piena realizzazione dello Spirito Assoluto, che si manifesta attraverso natura, storia, arte, religione e filosofia.

Razionalismo: per Hegel, "tutto ciò che è reale è razionale, e tutto ciò che è razionale è reale", celebre frase che riassume il suo ottimismo verso la capacità della ragione umana di comprendere e ordinare il mondo.

Storia: la storia umana è un processo necessario, in cui la libertà si sviluppa e si realizza gradualmente.


Tra le sue opere principali troviamo:

Fenomenologia dello spirito (1807)

Scienza della logica (1812-1816)

Enciclopedia delle scienze filosofiche (1817)

Lineamenti di filosofia del diritto (1821)


Dal 1818 Hegel divenne professore a Berlino, dove attirò una vasta cerchia di allievi. Dopo la sua morte improvvisa nel 1831 (durante un'epidemia di colera), i suoi discepoli si divisero in destra (conservatrice) e sinistra (più rivoluzionaria), dando origine a molte correnti di pensiero, tra cui il marxismo.

mercoledì 15 aprile 2026

Corso di storia della filosofia: Schopenhauer 1788

Arthur Schopenhauer 1788

Arthur Schopenhauer filosofo (Danzica 1788- Francoforte sul Meno 1860).

Figlio di un ricco banchiere di fede repubblicana, Heinrich Floris S., e di Johanna Trosiener, seguì la famiglia ad Amburgo quando la sua città natale passò sotto il dominio prussiano (1793). Sebbene non mostrasse alcuna vocazione in tal senso, fu avviato agli studi commerciali dal padre, e dopo la scomparsa improvvisa di quest’ultimo (forse morto suicida), ne curò per qualche tempo gli interessi, mentre sua madre si trasferiva a Weimar e iniziava una fortunata attività letteraria come scrittrice di saggi e romanzi, nonché animatrice di un salotto frequentato da figure di spicco del panorama letterario tedesco (tra cui Goethe). Nel 1809 si iscrisse all’univ. di Gottinga, dove frequentò dapprima i corsi di medicina, poi quelli di filosofia (in partic. di Schulze). Nel 1811, a Berlino, assistendo alle lezioni di Fichte, cominciò a maturare quell’avversione verso l’idealismo postkantiano che in seguito avrebbe assunto aspetti parossistici. Nel 1813 completò la sua dissertazione, Über die vierfache Wurzel des Satzes vom zureichenden Grunde (trad. it. La quadruplice radice del principio di ragion sufficiente), con cui si laureò a Jena; l’anno seguente, mentre rompeva le relazioni con sua madre, conobbe Goethe, che gli illustrò la sua teoria dei colori (argomento su cui S. pubblicò, nel 1816, il saggio Über das Sehen und die Farben) e l’orientalista F. Mayer, che lo introdusse alla conoscenza della civiltà indiana. Nel 1819, compiuto il suo capolavoro, Die Welt als Wille und Vorstellung (trad. it. Il mondo come volontà e rappresentazione), ottenne la venia docendi nell’univ. di Berlino, ma la esercitò con scarso zelo e poco successo: gli studenti disertavano le sue lezioni e affollavano quelle di Hegel, allora nel pieno della sua fama. L’insuccesso nell’insegnamento inasprì ancora di più il suo disprezzo per l’idealismo; nacque così il violentissimo attacco contro la «filosofia delle università». Trascorso un lungo periodo in Italia, nel 1825 tornò a Berlino, città che lasciò nel 1831, per sfuggire all’epidemia di colera (che avrebbe invece colpito Hegel). Stabilitosi a Francoforte sul Meno, nel 1836 pubblicò Über den Willen in der Natur (trad. it. La volontà della natura) e tre anni dopo, partecipando a un concorso indetto dall’Accademia di Trondheim, ottenne il primo riconoscimento ufficiale con lo scritto Über die Freiheit des menschlichen Willens (trad. it. La libertà del volere umano), che nel 1841 ripubblicò assieme al saggio Über das Fundament der Moral (trad. it. Il fondamento della morale) in un volume dal titolo Die beiden Grundprobleme der Ethik (trad. it. I due problemi fondamentali dell’etica). Nel 1849 S. salutò con favore la repressione militare del movimento liberal-democratico tedesco, posizione, questa, che confermò in punto di morte, lasciando i suoi averi a un Istituto di soccorso per i soldati prussiani feriti e caduti nel corso del «ristabilimento dell’ordine». Due anni più tardi, il successo che accolse la pubblicazione dei Parerga und Paralipomena (trad. it. Parerga e paralipomena) segnò una svolta nella ricezione dei suoi scritti nell’ambiente culturale tedesco; così, la terza edizione del Mondo come volontà e rappresentazione (pubblicata nel 1859, e integrata da una serie di Supplementi) sfuggì al triste destino delle precedenti (la prima era finita al macero). Dopo la sua morte, i lettori delle sue opere – caratterizzate da uno stile pregevole, che rifugge i tecnicismi filosofici e tende talvolta alla forma letteraria, perfino all’afflato poetico – si moltiplicarono, e il suo pensiero fu per molto tempo di moda, preparando l’ambiente spirituale propizio a R. Wagner e a Nietzsche. A tale successo postumo contribuì anche l’attenzione che continuava a suscitare la sua personalità ricca di contrasti, incline alle relazioni sentimentali, nonostante l’irrimediabile pessimismo del credo filosofico e la sua misoginia dichiarata (nonché teorizzata).

La dottrina di S. è principalmente espressa nel Mondo come volontà e rappresentazione. Da Kant S. attinge la generale concezione gnoseologica, che tutto ciò che oggettivamente appare non può essere concepito prescindendo dal soggetto a cui si manifesta, e di cui è «rappresentazione» (Vorstellung). Ma per S. la «cosa in sé» è la volontà, cosicché il mondo si risolve in «volontà e rappresentazione». D’altronde, essendo la radice dell’Universo la volontà, il mondo è condannato a un’imperfezione e insoddisfazione eterna perché in tanto si vuole in quanto si tende a colmare una mancanza, a evitare una deficienza e un dolore. Il quale è, così, intrinseco alla volontà, e cioè alla vita universale: donde il pessimismo, che necessariamente discende da tale concezione. S. si riconnette in tal modo al pensiero orientale e all’ascesi buddistica, designante la volontà dell’individuo come principio del dolore e fonte dell’illusoria fede nel molteplice fenomenico, e invitante al nirvana, nella cui inconsapevole universalità l’individuo si dissolve negando la sua volontà particolare e sottraendosi a quella illusione. Sembrerebbe che, nella concezione di S., non si possa mai uscire dal regno della volontà, dato il suo carattere assoluto e universale; il filosofo parla invece di una negazione della volontà, che può operare lo stesso pensiero dell’uomo in quanto diviene consapevole di tale sua ultima natura: rinuncia sempre maggiore agli interessi vitali, fino alla più compiuta ascesi e indifferenza. Nel campo più immediato dell’umana convivenza, l’etica di S. giustifica peraltro un certo interesse all’azione, in quanto questa possa concorrere ad alleviare il dolore altrui: l’unico fondamento legittimo della morale è quello della comune lotta contro la sofferenza, onde al Leid si accompagna il Mitleid, alla «passione» la «compassione». Esiste comunque anche un altro mezzo, per quanto non così decisivo e costante, di liberazione dal dolore: ed è quello offerto dalla contemplazione estetica. Con singolare intervento di platonismo nel suo idealismo kantiano e romantico, S. pensa che prima delle oggettivazioni del volere, costituite dalle molteplici realtà fenomeniche, si diano oggettivazioni anteriori, come tipi universali di quelle realtà. Esse sono le «idee», al pari di quelle platoniche eterne, immutabili e sottratte alla legge del divenire causale dominante sulle particolari realtà fenomeniche. Contemplare e raffigurare queste idee è quindi vedere la realtà affrancata da quel principio di ragion sufficiente, che la condanna al divenire eterno e cioè all’eterna insoddisfazione della volontà: è, con ciò, un’altra forma di liberazione dal giogo del volere, per quanto non definitiva ma puntuale e saltuaria. Notevole importanza ha poi avuto, soprattutto attraverso Wagner e Nietzsche, la sua concezione della musica. Se infatti l’arte in generale ha il privilegio di attingere direttamente le idee in una forma di contemplazione, che costituisce un superamento dell’individualità e dei limiti inerenti ai rapporti spazio-temporali e causali, la musica è indipendente non solo dal mondo sensibile, ma anche dalle idee poiché riproduce immediatamente la stessa volontà universale; di qui la sua superiorità rispetto alle altre arti che parlano soltanto dell’«ombra», mentre solo la musica parla dell’«essenza».

martedì 14 aprile 2026

Corso di storia della filosofia: Comte 1798

Auguste Comte 1798

Auguste Comte (1798–1857): il filosofo della scienza e dell’ordine

Nel pieno delle trasformazioni rivoluzionarie e industriali dell’Europa ottocentesca, Auguste Comte, nato a Montpellier nel 1798, getta le fondamenta di una nuova scienza: la sociologia. La sua è una filosofia dell’ordine e del progresso, un tentativo monumentale di riconciliare la razionalità scientifica con la coesione sociale in un tempo attraversato da crisi politiche e mutamenti strutturali profondi.

Comte fu allievo di Saint-Simon, da cui mutuò l’idea che la società dovesse essere studiata e diretta secondo princìpi scientifici. Ma fu proprio separandosi dal maestro che elaborò la sua teoria più nota: la legge dei tre stadi, secondo cui ogni sapere umano evolve attraverso tre fasi:

  1. Stadio teologico: il mondo è spiegato attraverso entità soprannaturali.
  2. Stadio metafisico: le spiegazioni si affidano a concetti astratti e forze impersonali.
  3. Stadio positivo: si rinuncia a ogni causa ultima, per descrivere i fenomeni tramite osservazione, esperienza e leggi scientifiche.

Questo approccio culmina nella sua opera maggiore, il Cours de philosophie positive (1830–1842), dove Comte propone una gerarchia delle scienze (matematica, astronomia, fisica, chimica, biologia, sociologia), culminante proprio nella nuova "fisica sociale", destinata a studiare sistematicamente il comportamento umano e le strutture collettive.

Nel suo pensiero si fondono razionalismo illuminista e una nuova forma di spiritualità laica: nel secondo periodo della sua vita, infatti, Comte propone una vera e propria “religione dell’umanità”, con tanto di calendario, rituali e clero laico. L’Umanità diventa il nuovo oggetto di culto, e il sapere scientifico si fa guida morale.

Comte esercitò un’influenza vasta: da Durkheim a Marx, da Stuart Mill a Carnap, fino alla sociologia contemporanea. Il suo motto – “Ordine e Progresso” – campeggia ancora oggi sulla bandiera del Brasile, testimonianza della sua eredità culturale globale.


lunedì 13 aprile 2026

Corso di storia della filosofia: Feuerbach 1804

Ludwig Feuerbach 1804


Ludwig Feuerbach (1804–1872): l’uomo che rovesciò Dio

Nel cuore dell’Ottocento tedesco, Ludwig Feuerbach, nato a Landshut nel 1804, si afferma come un pensatore radicale che rompe con l’idealismo hegeliano per affermare il primato dell’uomo sulla divinità. È lui a compiere un gesto intellettuale decisivo: trasformare la teologia in antropologia.

Allievo di Hegel, inizialmente ne abbraccia il sistema dialettico, ma presto se ne allontana per denunciarne l’astrattezza. Nell’opera capitale “L’essenza del Cristianesimo” (1841), Feuerbach sostiene che Dio non è altro che il riflesso idealizzato delle qualità umane: l’uomo proietta fuori di sé i propri desideri, potenze e aspirazioni, dando vita al concetto di divinità. In altre parole: non è Dio a creare l’uomo, ma l’uomo a creare Dio.

Feuerbach è il pensatore della concretezza sensibile, dell’uomo reale in carne e ossa, con i suoi bisogni, affetti e relazioni. Per lui la religione va decodificata come un’espressione simbolica e alienata dell’essere umano: l’alienazione religiosa anticipa, in chiave esistenziale, quella che sarà poi l’alienazione economica di Marx.

Il suo pensiero si fonda su un umanesimo materialista: l’unica verità sta nella natura, nella corporeità, nell’amore e nella comunione umana. La filosofia, dunque, non deve cercare Dio o l’Idea, ma comprendere e liberare l’uomo.

Nonostante sia stato marginalizzato dalla filosofia accademica, Feuerbach influenzò profondamente Marx, Engels, Nietzsche e Freud, aprendo la strada alla “filosofia del sospetto” e a una visione laica e critica della religione.

Corso di storia della filosofia: Bentham 1748

  Jeremy Bentham (1748–1832) Il filosofo della felicità misurabile Chi era? Filosofo, giurista e riformatore sociale inglese, Bentham è ...