INTEGRAZIONE O DISINTEGRAZIONE?


INTEGRAZIONE O DISINTEGRAZIONE?

Il difficile confine tra accoglienza, identità, regole comuni e società multiculturale

L'immigrazione possiede una caratteristica che rende particolarmente difficile discuterne: ci costringe a parlare contemporaneamente del presente e del futuro. Nel presente vediamo persone che attraversano frontiere, cercano lavoro, fuggono da guerre o povertà, raggiungono familiari, entrano legalmente o illegalmente in un Paese, chiedono protezione oppure semplicemente cercano altrove una possibilità di vita. Ma le conseguenze profonde dell'immigrazione non si misurano soltanto nel momento dell'arrivo. Si manifestano dopo dieci, venti, cinquant'anni, quando chi è arrivato ha costruito una famiglia, quando i figli sono nati nel Paese di destinazione e quando i nipoti non possiedono più alcuna esperienza diretta della migrazione dei nonni. È allora che la domanda cambia. Non riguarda più soltanto gli immigrati. Riguarda la società che nel frattempo siamo diventati. Ed è forse questa la questione europea dei prossimi decenni: l'immigrazione produrrà integrazione oppure disintegrazione? La seconda parola è volutamente forte. Non significa sostenere che l'immigrazione conduca inevitabilmente alla dissoluzione della civiltà europea. Una simile conclusione sarebbe ideologica prima ancora che scientifica. Significa porre una domanda più seria: quanta diversità culturale può contenere una società senza perdere il sistema di norme, fiducia e riconoscimento reciproco che permette ai suoi membri di considerarsi parte della stessa comunità politica?

PRIMA DI INTEGRARE BISOGNA SAPERE IN CHE COSA

Pronunciamo continuamente la parola integrazione senza domandarci che cosa significhi. Integrare qualcuno significa renderlo uguale a noi? Significa chiedergli di abbandonare la propria cultura? Significa semplicemente permettergli di vivere accanto a noi? Oppure significa costruire qualcosa che, dopo il suo arrivo, non sarà più esattamente ciò che esisteva prima? Sono possibilità molto diverse. Esiste innanzitutto l'assimilazione. Chi arriva deve progressivamente adottare lingua, costumi, valori e modelli sociali della società ospitante, mentre la cultura originaria viene relegata prevalentemente alla dimensione privata. Esiste poi il multiculturalismo, nel quale gruppi differenti possono mantenere identità culturali molto marcate all'interno dello stesso ordinamento politico. Esiste infine una concezione interculturale dell'integrazione: culture differenti conservano una parte della propria specificità, ma interagiscono all'interno di uno spazio pubblico comune. Nessuno dei tre modelli è privo di problemi. L'assimilazione può produrre appartenenza, ma può anche essere percepita come cancellazione identitaria. Il multiculturalismo protegge le differenze, ma può degenerare nella formazione di comunità che abitano lo stesso territorio senza condividere realmente la stessa società. L'interculturalità appare teoricamente più equilibrata, ma richiede qualcosa di difficilissimo: disponibilità reciproca alla trasformazione senza rinunciare a un nucleo comune non negoziabile. Ed è precisamente qui che comincia il problema.

NON TUTTO PUÒ ESSERE NEGOZIATO

Una democrazia liberale non può chiedere a un immigrato di diventare culturalmente identico alla maggioranza. Non può stabilire quale religione debba professare, quale cucina preferire, quali feste familiari celebrare, quali abiti indossare entro i limiti della legge o quale memoria conservare del Paese d'origine. Ma una società democratica può — e probabilmente deve — pretendere qualcosa di molto più preciso: che la legge civile prevalga sulle prescrizioni comunitarie incompatibili con essa; che uomini e donne possiedano uguale dignità giuridica; che nessuno possa imporre una religione a un altro; che sia possibile cambiare religione o non averne alcuna; che la violenza non diventi legittima perché giustificata da una tradizione; che le scelte personali degli adulti non vengano sottoposte coercitivamente all'autorità della famiglia o del gruppo; che il dissenso sia possibile; che la libertà di espressione valga anche quando ciò che viene espresso offende convinzioni profondamente sentite, nei limiti stabiliti dall'ordinamento. Qui non siamo più nel territorio dei gusti culturali. Siamo nel territorio delle regole costituzionali della convivenza. L'integrazione non dovrebbe quindi significare: «diventa come noi». Dovrebbe significare qualcosa di più limitato e contemporaneamente più esigente: puoi essere diverso da noi, ma devi accettare le regole che permettono a tutti noi di essere diversi.

MA CHE COSA SONO I «VALORI OCCIDENTALI»?

Anche questa espressione viene utilizzata con eccessiva facilità. L'Occidente non possiede un unico sistema morale. Un credente cattolico, un ateo, un conservatore, un socialista, un liberale e un ambientalista possono avere concezioni profondamente differenti della famiglia, dell'economia, della sessualità, dell'autorità, della comunità e della responsabilità individuale. Se chiedessimo agli immigrati di «accettare il punto di vista occidentale», avremmo quindi un problema preliminare: quale? Ciò che può essere richiesto non è probabilmente l'adesione a una cultura occidentale omogenea, che non esiste, ma l'accettazione delle procedure e dei principi fondamentali che consentono alle nostre differenze di convivere: democrazia, legalità, dignità della persona, libertà individuali, uguaglianza davanti alla legge, pluralismo e rifiuto della violenza politica. La distinzione è fondamentale. Non chiediamo uniformità culturale. Chiediamo lealtà costituzionale.

LA RECIPROCITÀ È IL PUNTO PIÙ DIFFICILE

Ma sarebbe troppo comodo fermarsi qui. Se diciamo all'immigrato che deve rispettare uguaglianza, legalità e dignità della persona, la società ospitante deve essere disposta ad applicare gli stessi principi nei suoi confronti. Non possiamo chiedere adesione all'uguaglianza e contemporaneamente tollerare discriminazioni sistematiche. Non possiamo chiedere fiducia nelle istituzioni se le istituzioni trattano stabilmente una parte dei cittadini come appartenenti a una categoria inferiore. Non possiamo chiedere appartenenza a qualcuno al quale ricordiamo continuamente che, qualunque cosa faccia, non apparterrà mai completamente alla comunità. È per questo che l'integrazione viene spesso definita un processo a due vie: richiede uno sforzo attivo da parte di chi arriva e contemporaneamente condizioni che consentano la piena partecipazione da parte della società ospitante. Questo non significa che le due responsabilità siano identiche in ogni circostanza. Significa che sono entrambe reali.

LA LINGUA NON È UN DETTAGLIO

Fra tutte le politiche di integrazione, quella linguistica è probabilmente la meno spettacolare e una delle più decisive. Senza una lingua comune diminuiscono le possibilità di lavorare, studiare, comprendere le istituzioni, costruire amicizie al di fuori della propria comunità e partecipare alla vita pubblica. L'integrazione avviene anche attraverso il tempo, ma può essere enormemente accelerata o rallentata dalle politiche pubbliche. La lingua possiede inoltre una funzione che supera quella pratica. Permette di entrare nell'immaginario di una società: capire le sue battute, leggere i suoi giornali, discutere con i suoi cittadini, comprendere perché alcune parole possiedano un significato storico particolare. Senza una lingua condivisa possiamo abitare nello stesso Paese. Difficilmente abitiamo lo stesso spazio mentale.

IL LAVORO È INTEGRAZIONE QUOTIDIANA

Il secondo grande strumento è il lavoro. Non soltanto perché garantisce reddito e autonomia, ma perché costringe persone differenti a cooperare intorno a obiettivi concreti. Il collega possiede un vantaggio sociologico rispetto allo straniero astratto: ha un nome. La fabbrica, l'ufficio, l'ospedale, il negozio, il laboratorio e l'impresa sono luoghi nei quali l'alterità smette progressivamente di essere una categoria e diventa relazione. Anche qui, però, non basta avere un impiego qualsiasi. Gli immigrati altamente istruiti sono frequentemente sovraqualificati rispetto alle mansioni che svolgono. Sprecare sistematicamente competenze produce non soltanto inefficienza economica, ma frustrazione sociale. Un ingegnere utilizzato per vent'anni esclusivamente come lavoratore non qualificato non sperimenta soltanto una perdita salariale. Sperimenta una perdita di riconoscimento.

IL RISCHIO DELLE SOCIETÀ PARALLELE

Il vero fallimento dell'integrazione comincia probabilmente quando la diversità diventa separazione: quartieri nei quali quasi tutte le relazioni avvengono all'interno della stessa comunità, scuole fortemente segregate, mercati del lavoro etnicamente segmentati, circuiti matrimoniali chiusi, informazioni provenienti esclusivamente dai media del Paese d'origine, associazioni, luoghi di culto e reti commerciali che non incontrano quasi mai il resto della società. La comunità di origine è inizialmente uno straordinario strumento di protezione. Offre lingua, solidarietà, lavoro, relazioni e aiuto a chi è appena arrivato. Ma ciò che protegge nella prima generazione può diventare, se completamente chiuso, una barriera nella seconda. Una società multiculturale non entra necessariamente in crisi perché contiene culture differenti. Entra in crisi quando le culture smettono di comunicare.

IL PARADOSSO DELLA SECONDA GENERAZIONE

Qui arriviamo alla questione più delicata. Potremmo pensare intuitivamente che ogni generazione successiva sia automaticamente più integrata della precedente. Non è sempre così. La prima generazione possiede un termine di paragone concreto. Ha conosciuto il Paese di origine e spesso interpreta il Paese d'arrivo attraverso le opportunità che offre rispetto alla situazione lasciata. Il figlio nato nel Paese ospitante ragiona diversamente. Non si considera necessariamente un ospite. Parla la lingua. Ha frequentato le stesse scuole degli altri. Conosce gli stessi programmi televisivi, ascolta la stessa musica, utilizza gli stessi social network. Le sue aspettative non vengono confrontate con quelle dei genitori nel Paese d'origine. Vengono confrontate con quelle dei propri coetanei. Per questo un ragazzo di seconda generazione può essere culturalmente molto più integrato dei genitori e contemporaneamente sentirsi più escluso. Non è un paradosso marginale. È uno dei punti cruciali dell'intero problema.

QUANDO L'INTEGRAZIONE PRODUCE RISENTIMENTO

In molti Paesi le persone nate nel Paese ospitante da genitori immigrati dichiarano discriminazioni più frequentemente degli immigrati stessi. Questo non dimostra che la seconda generazione sia destinata alla radicalizzazione. Sarebbe una conclusione ingiustificata. Mostra però un possibile meccanismo di frustrazione. Quanto maggiore è l'aspettativa di appartenenza, tanto più doloroso può diventare il mancato riconoscimento. Il padre può pensare: «sono venuto qui». Il figlio può pensare: «io sono di qui». Se la società continua a rispondergli «no», si crea una frattura identitaria potenzialmente molto più profonda.

L'ASSIMILAZIONE FORZATA PUÒ PRODURRE L'EFFETTO OPPOSTO

Ed ecco il secondo paradosso. Se l'integrazione viene interpretata come richiesta di cancellare completamente la cultura familiare, la seconda generazione può reagire recuperandola in forma molto più radicale di quanto facessero i genitori. Un'identità che per il padre era semplicemente vissuta può diventare per il figlio un'identità da rivendicare. La religione dei genitori può trasformarsi in ideologia. Una tradizione familiare può diventare bandiera politica. La cultura originaria, magari conosciuta soltanto indirettamente, può essere ricostruita in forma idealizzata. Non necessariamente perché il giovane rifiuti spontaneamente la società nella quale è cresciuto, ma perché cerca una risposta alla domanda più elementare: chi sono? È quindi possibile che un'assimilazione eccessivamente coercitiva produca precisamente ciò che vorrebbe evitare: una contro-identità.

MA ANCHE IL RELATIVISMO POSSIEDE UN LIMITE

Dall'altra parte esiste un errore speculare: pensare che ogni pratica debba essere accettata perché culturalmente significativa. Una democrazia pluralista non è culturalmente neutra fino al punto di rinunciare ai propri principi. La tolleranza non può implicare tolleranza della coercizione. Il rispetto delle culture non significa che qualsiasi norma comunitaria possieda lo stesso valore della legge democratica. Esistono conflitti reali: ruolo della donna, libertà sessuale, matrimonio, educazione dei figli, apostasia, libertà religiosa, libertà di critica delle religioni, rapporto fra autorità religiosa e autorità civile. Non possiamo risolverli dicendo semplicemente «tutte le culture hanno ragione». In alcuni casi bisogna decidere quale norma prevalga. In una democrazia costituzionale la risposta non può essere etnica o religiosa. Deve essere giuridica.

INTEGRARE SIGNIFICA ANCHE PORRE LIMITI

Questo è forse il punto sul quale il dibattito europeo è più fragile. Una politica dell'integrazione deve essere contemporaneamente accogliente ed esigente. Deve offrire lingua, scuola, formazione, possibilità di lavoro, riconoscimento delle qualifiche, mobilità sociale e partecipazione. Ma deve anche stabilire con chiarezza ciò che non è negoziabile. Diritti e doveri. Non soltanto diritti. Non soltanto doveri. Il patto funziona precisamente perché contiene entrambi.

REGOLARE L'IMMIGRAZIONE NON SIGNIFICA SOLTANTO CONTROLLARE LE FRONTIERE

Arriviamo così alla parola «regolata». Nel dibattito politico significa quasi sempre stabilire quanti possano entrare e attraverso quali procedure. È una definizione insufficiente. Un'immigrazione è realmente regolata quando lo Stato possiede anche la capacità di integrare ragionevolmente le persone che accoglie. Significa disponibilità di abitazioni, scuole capaci di gestire l'arrivo di nuovi alunni senza trasformarsi in istituti segregati, corsi linguistici, servizi amministrativi, accesso al lavoro legale, controllo del territorio, tempi ragionevoli per le procedure, capacità di espellere chi non possiede titolo per rimanere quando l'ordinamento lo prevede, politiche per impedire lo sfruttamento del lavoro clandestino. Una relazione razionale deve quindi esistere fra numero degli ingressi e capacità integrativa della società. Non perché esista una misteriosa soglia etnica oltre la quale una civiltà scompare. Perché qualsiasi sistema possiede una capacità organizzativa finita.

ANCHE LA CONCENTRAZIONE CONTA

Centomila persone distribuite in un territorio possono produrre effetti completamente differenti dalle stesse centomila concentrate in pochi quartieri. La velocità dell'immigrazione conta. La distribuzione conta. La composizione demografica conta. La disponibilità di lavoro conta. La distanza linguistica conta. Le reti familiari contano. La scuola conta enormemente. Parlare soltanto del numero assoluto degli immigrati significa quindi perdere gran parte del fenomeno. La questione non è semplicemente quanti. È quanti, dove, in quanto tempo e all'interno di quali istituzioni.

LA SCUOLA È PROBABILMENTE IL LUOGO DOVE SI DECIDERÀ TUTTO

Le politiche migratorie vengono discusse alle frontiere. L'integrazione si decide nelle aule. È lì che bambini provenienti da storie differenti imparano una lingua comune, incontrano per la prima volta coetanei appartenenti ad altre culture e costruiscono la propria idea di cittadinanza. Una scuola segregata rischia di riprodurre una società segregata. Una scuola capace di mescolare realmente popolazioni differenti può invece costruire ciò che nessuna legge può imporre per decreto: la normalità della convivenza. Il compagno di banco possiede la stessa straordinaria proprietà del collega di lavoro. Non è una categoria. È una persona.

NON BASTA VIVERE VICINI PER VIVERE INSIEME

Uno degli errori del multiculturalismo ingenuo è stato talvolta immaginare che la semplice prossimità geografica producesse automaticamente integrazione. Non è così. Si può abitare nello stesso quartiere senza incontrarsi, frequentare negozi differenti, scuole differenti, luoghi di culto differenti, associazioni differenti, seguire media differenti, sposarsi esclusivamente all'interno del proprio gruppo. Possiamo essere fisicamente vicinissimi e socialmente lontanissimi. Per questo l'interazione significativa è un elemento centrale delle strategie interculturali. La mescolanza non può essere imposta nelle relazioni private. Ma le istituzioni possono costruire luoghi nei quali l'incontro sia probabile: scuola, sport, lavoro, associazionismo, spazio pubblico, servizio civile, cultura. Sono infrastrutture invisibili dell'integrazione.

E LA SOCIETÀ OSPITANTE DEVE CAMBIARE?

Inevitabilmente sì. Qualsiasi immigrazione numericamente significativa modifica la società che la riceve. È accaduto sempre. Cambia la cucina. Cambiano le parole. Cambiano i quartieri. Cambiano i matrimoni. Cambiano le imprese. Cambiano le arti. Cambiano perfino alcune consuetudini. Pretendere che milioni di persone possano entrare in una società senza modificarla sarebbe altrettanto irrealistico quanto pretendere che chi arriva cancelli integralmente se stesso. La questione politica non è dunque impedire qualsiasi cambiamento. È distinguere ciò che può cambiare da ciò che deve rimanere.

UNA CIVILTÀ NON È UN MUSEO

Se per «preservare la civiltà occidentale» intendessimo congelare esattamente i comportamenti, la composizione etnica, le consuetudini e i valori sociali di un determinato momento storico, il progetto sarebbe impossibile anche senza immigrazione. Le società occidentali sono già cambiate enormemente per cause interne: secolarizzazione, emancipazione femminile, trasformazione della famiglia, urbanizzazione, globalizzazione, Internet, individualismo, nuove tecnologie, mutamento dei costumi sessuali, invecchiamento demografico. L'Occidente del 2026 è già profondamente diverso dall'Occidente del 1950. Una civiltà viva non conserva ogni propria forma. Conserva probabilmente alcuni principi attraverso il cambiamento delle forme.

ALLORA CHE COSA DOBBIAMO DIFENDERE?

Forse precisamente ciò che permette questa continua trasformazione senza guerra civile: lo Stato di diritto, la libertà individuale, la democrazia, la possibilità di criticare il potere, la libertà religiosa e la libertà dalla religione, l'uguaglianza giuridica, la dignità della persona, la conoscenza scientifica come metodo pubblico di verifica, la possibilità di modificare democraticamente le leggi. Non sono valori «occidentali» perché appartengano biologicamente agli europei. Sono conquiste storiche sviluppatesi attraverso conflitti lunghissimi e spesso sanguinosi. Proprio per questo possono essere condivise da chiunque.

L'INTEGRAZIONE RIUSCITA PRODUCE QUALCOSA CHE PRIMA NON ESISTEVA

Qui possiamo forse abbandonare una metafora sbagliata. Integrare non significa versare un liquido dentro un recipiente lasciando il recipiente immutato. Quando l'integrazione riesce, cambiano entrambi. Chi arriva acquisisce lingua, norme, relazioni e appartenenza. Chi accoglie incorpora esperienze, persone, parole e culture che prima non possedeva. Dopo due o tre generazioni diventa perfino difficile stabilire dove finisca una cultura e cominci l'altra. Questa non è necessariamente disintegrazione. Può essere evoluzione culturale.

QUANDO, INVECE, COMINCIA LA DISINTEGRAZIONE?

Non quando vediamo lingue differenti per strada. Non quando aprono ristoranti stranieri. Non quando esistono moschee, templi o chiese differenti. La disintegrazione comincia quando gruppi consistenti smettono di riconoscere la legittimità delle stesse istituzioni; quando non esiste più fiducia minima reciproca; quando la legge viene percepita come appartenente «agli altri»; quando quartieri, scuole e comunità diventano mondi impermeabili; quando la discriminazione convince alcuni cittadini che non saranno mai veramente accettati; quando l'estremismo convince altri che la convivenza sia un tradimento; quando l'identità diventa più importante della cittadinanza. È allora che una società rischia di non essere più pluralista. Rischia di diventare frammentata.

IL CONFINE PASSA FRA PLURALISMO E SEPARATISMO

Una società pluralista contiene differenze. Una società frammentata contiene frontiere interne. È una distinzione decisiva. Nel pluralismo possiamo credere in cose differenti e riconoscerci contemporaneamente come concittadini. Nel separatismo comunitario l'appartenenza al gruppo diventa superiore all'appartenenza civica. La domanda centrale dell'integrazione diventa quindi: quando due persone che non condividono religione, origine, tradizioni e forse neppure gli stessi valori morali continuano comunque a riconoscersi come membri della stessa comunità politica? È questa la soglia che dobbiamo imparare a misurare.

NÉ FRONTIERE APERTE NÉ IDENTITÀ CHIUSE

Una politica adulta dell'immigrazione dovrebbe probabilmente sottrarsi alle due semplificazioni che dominano il dibattito. La prima sostiene implicitamente che qualsiasi limitazione dell'immigrazione sia moralmente sospetta. La seconda interpreta qualsiasi differenza culturale come minaccia. Entrambe evitano il problema. Una società democratica possiede il diritto di controllare gli ingressi e di dimensionarli anche in funzione della propria capacità di integrazione. Ma una persona legalmente accolta e stabilmente inserita non può essere condannata a una condizione permanente di estraneità. Dobbiamo poter dire contemporaneamente: non tutti hanno automaticamente diritto a entrare; chi entra legittimamente deve poter realmente diventare parte della società. Senza la prima proposizione perdiamo la capacità di governare l'immigrazione. Senza la seconda perdiamo la possibilità di integrarla.

LA TERZA GENERAZIONE SARÀ LA PROVA DECISIVA

Forse il successo dell'integrazione non si misura sulla prima generazione. E neppure sulla seconda. Si misura quando l'origine dei nonni diventa una delle molte informazioni attraverso le quali una persona descrive se stessa, ma non quella che determina interamente la sua posizione nella società. Quando un cittadino può dire di avere nonni marocchini, senegalesi, albanesi, cinesi o siriani con la stessa naturalezza con la quale altri ricordano nonni siciliani, veneti o piemontesi. Non perché abbia dimenticato quelle origini. Ma perché non deve più scegliere fra quelle origini e il Paese nel quale vive. È probabilmente questo il risultato più ambizioso dell'integrazione: rendere compatibili appartenenze che inizialmente sembravano alternative.

INTEGRAZIONE O DISINTEGRAZIONE?

La risposta, dunque, non è contenuta nell'immigrazione stessa. Dipende da come viene governata. Un'immigrazione troppo rapida rispetto alla capacità di assorbimento delle istituzioni può produrre tensioni. La segregazione può produrre società parallele. La disoccupazione e il lavoro marginale possono trasformare differenze culturali in differenze di classe. La discriminazione può produrre risentimento. L'assimilazione coercitiva può produrre contro-identità. Il relativismo culturale può indebolire la chiarezza delle regole comuni. L'assenza di controllo può distruggere fiducia. Ma anche l'esclusione permanente può farlo. La politica dell'integrazione deve quindi realizzare qualcosa di straordinariamente difficile: essere abbastanza forte da stabilire regole e abbastanza aperta da consentire appartenenze differenti. Non dobbiamo chiedere all'immigrato di smettere di essere ciò che era. Dobbiamo chiedergli di diventare anche qualcosa che prima non era: membro di una nuova comunità politica. E dobbiamo contemporaneamente essere disposti a riconoscerlo come tale. Forse il vero contrario dell'integrazione, allora, non è la diversità. È l'impossibilità del riconoscimento reciproco. Una civiltà non si disintegra quando persone differenti entrano al suo interno. Si disintegra quando le persone che vivono al suo interno non riescono più a immaginare un futuro comune. Ed è precisamente quel futuro comune — non l'uniformità — che una politica seria dell'immigrazione dovrebbe avere il compito di costruire.

Commenti

Post popolari in questo blog

Corso di storia della filosofia: Conoscenza di sé

Corso di storia della filosofia: Morin 1921

Corso di storia della filosofia: Habermas 1929