Edmund Husserl 1859

Edmund Husserl 1859

Henri-Louis Bergson 1859
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Henri-Louis Bergson filosofo francese (Parigi 1859 - ivi 1941).
Uscito dall’École Normale nel 1881, con una formazione essenzialmente positivistica, divenne nello
stesso anno agrégé de philosophie. Nel 1889, con la tesi Essai sur les données immédiates de la
conscience (trad. it. Saggio sui dati immediati della coscienza) e la dissertazione Quid Aristoteles de
loco senserit, conseguì il dottorato nella Sorbona. Nel 1900 iniziò a insegnare al Collège de France e
dal ’10 al ’24 occupò la cattedra di filosofia moderna, tenendo corsi frequentatissimi sulla libertà,
l’idea di tempo, Plotino, Berkeley, Spencer, ecc. La Sorbona gli chiuse invece le porte, per l’ostilità
degli ambienti accademici più tradizionali. Membro dell’Académie Française, nel 1927 gli fu conferito
il premio Nobel per la letteratura. Nel primo dopoguerra, rappresentò la Francia nell’assemblea della
Società delle Nazioni, nella sezione per la cooperazione intellettuale. Condusse una vita appartata e
dedita allo studio. Nel suo testamento lasciò scritto che, benché l’evoluzione del suo pensiero lo avesse
portato al cattolicesimo, egli, ebreo, non aveva voluto battezzarsi per non abbandonare i suoi
correligionari, perseguitati dai regimi totalitari dei quali fu tenace oppositore.
Tre opere, l’Essai, già citato, Matière et mémoire (1896; trad. it. Materia e memoria. Saggio sulla
relazione tra il corpo e lo spirito), L’évolution créatrice (1907; trad. it. L’evoluzione creatrice), segnano
lo sviluppo della filosofia di Bergson. Nella prima è definito il concetto, centrale nel pensiero del
filosofo, del tempo vissuto, o durata, attraverso una verifica interna. Se noi astraiamo dallo spazio,
dai concetti dell’intelletto e dal linguaggio, strumento di rapporti di ordine sociale, immergendoci nel
più profondo di noi stessi, veniamo a contatto immediato con una realtà che è assolutamente qualitativa,
mobile e indivisa. Essa è costituita da stati di coscienza che si fondono in maniera da produrre una
continuità vivente, un amalgama in continua evoluzione, un flusso sempre nuovo e originale, ma la
cui eterogeneità è tale che ogni suo momento, ricco com’è del passato e già contenente il futuro,
rispecchia a suo modo il tutto. Questa è la durata, che non è riconducibile alle categorie dell’unità e
della molteplicità, e quindi nemmeno allo spazio, al numero, alla misura. Lo spazio è omogeneità
quantitativa, la durata eterogeneità qualitativa; il primo può essere scomposto e ricomposto secondo leggi,
l’altra ha un ritmo proprio, semplice, individuale e imprevedibile. A partire da questa realtà, che
costituisce la vera spiritualità dell’uomo, B. sviluppa una critica del tempo fisico-matematico.
Questo comprende soltanto una serie di simultaneità o una successione di istanti perfettamente uguali e del tutto staccati l’uno dall’altro, e si lascia sfuggire la specificità della durata, che è invece flusso. La fisica proietta all’esterno questo movimento interiore e lo ‘spazializza’, rappresentandolo, per es. secondo lo schema dei quadranti dell’orologio che dividono il fluire del tempo in momenti successivi staccati tra loro. Ma questa è solo un’astrazione. La scienza fisico-matematica nasce da esigenze di carattere economico, per ordinare e classificare gli oggetti dell’esperienza interna o esterna. È invece la memoria a caratterizzare la vita della coscienza, raccogliendo il passato e custodendolo nella profondità della psiche.
Nell’Évolution créatrice, B. riprende il motivo della durata, e la eleva a principio metafisico:
l’evoluzione è spiegata nei termini di un principio semplice, lo «slancio vitale» (élan vital, «azione
che di continuo si crea e si arricchisce»), ossia una forza creatrice universale, evolutiva e originale.
In tal modo B. può superare sia l’evoluzionismo deterministico di Spencer sia quello finalistico,
entrambi respinti in quanto negatori della spontaneità e della ricchezza del processo reale: l’uno e l’altro,
infatti, si risolvono nell’affermazione tutto è dato, mentre «Dio non ha niente di fatto: egli è vita
incessante, azione, libertà». Così una corrente di vita, dotata di una forza esplosiva intellettualmente
non definibile, ha attraversato l’Universo, dando origine a innumerevoli correnti e tentativi. La vita
naturale cresce, si sviluppa, «esplode» in varie direzioni, dando luogo alle distinzioni tra pianta e animale,
istinto e intelligenza; quest’ultima porta l’uomo alla coscienza e alla costruzione di concetti, alle categorie
e agli strumenti operativi della scienza: forme vuote sempre più astratte che conducono a frantumare la
durata reale e a imporre etichette e simboli statici a una realtà in perenne movimento. La scienza
intellettualistica, con le sue categorie convenzionali subordinate alle necessità pratiche della vita, si rivela
incapace di cogliere l’essenza più autentica della vita organica e dello spirito. Occorre, per questo, usare
uno strumento superiore all’intelligenza e sfruttare le capacità simpatetiche dell’istinto, che, allargato a
intuizione, diventerà capace d’installarsi dentro l’oggetto. L’intuizione, organo di una reale conoscenza
partecipativa della realtà, è infatti «quella simpatia mediante la quale ci si inserisce nell’interiorità di un
oggetto per coincidere con ciò che c’è in esso di unico». B. elabora così una metafisica evolutiva di
stampo spiritualistico, capace si spiegare lo sviluppo della realtà come libera creatività, che, proprio
perché tale, non può essere ridotta entro le schematizzazioni della scienza tradizionale.
In Les deux sources de la morale et de la religion (1932; trad. it. Le due fonti della morale e della
religione) le tesi fondamentali di B. vengono estese al campo morale e religioso.
La natura ha spinto l’uomo verso l’evoluzione sociale, ma con uno sviluppo non predeterminato,
come per gli animali, bensì contrassegnato da scelte libere. Nella società antica, chiusa, statica
e conformistica, la religione (che pure con i miti aveva originariamente posto un argine alle forze
centrifughe dell’individualismo) ha la funzione di conservazione dell’organismo sociale; a questa
vecchia forma sociale è contrapposta da B. la possibilità di una società aperta e dinamica, nata dalla
rivoluzione spirituale del cristianesimo e arricchita dagli sviluppi della scienza e dell’industrialismo.
La speranza è che, con un nuovo salto evolutivo, in essa potrà svilupparsi una religione eminentemente
attiva, un nuovo misticismo capace di raffrenare le forze negative scatenate dalla stessa intelligenza
dell’uomo. Altre opere: Le rire (1900; trad. it. Il riso. Saggio sul significato del comico),
Introduction à la métaphysique (1903; trad. it. Introduzione alla metafisica), L’énergie spirituelle
(1919; trad. it. L’energia spirituale e la realtà), La pensée et le mouvant (1934; trad. it. Il pensiero e il
movente).
La filosofia di B. ebbe rapida e notevole diffusione, soprattutto negli anni tra le due guerre mondiali,
in contrasto con l’intellettualismo scientistico e come riaffermazione del valore teoretico dell’intuizione
al di sopra dell’intelletto. Ancor prima che in campo filosofico, profonda è stata la suggestione nell’ambito
della letteratura e delle arti, da M. Proust a P. Valéry, al simbolismo, all’ermetismo e all’impressionismo
pittorico. La filosofia di B., che porta alla più avanzata espressione il neospiritualismo di Ravaisson
e la filosofia della contingenza di Boutroux, ebbe ripercussioni nel campo dell’estetica (futurismo),
della filosofia epistemologica e religiosa (Leroy e James) e politica (Sorel). Lo sforzo di superare il
positivismo, sfociò, in partic., in una sorta di misticismo e di rinnovamento romantico. Importante è
stato anche il confronto di B. con Einstein sul concetto di tempo (in Durée et simultanéité, à propos de
la théorie d’Einstein, 1922; trad. it. Durata e simultaneità), che coinvolse anche Whitehead, Poincaré e
Mead, con ripercussioni sull’epistemologia contemporanea.
Alfred North Whitehead 1861
Alfred North Whitehead logico, matematico e filosofo britannico (Ramsgate 1861 - Cambridge, Mass., 1947). La sua attività speculativa fu caratterizzata in un primo tempo da indagini sui fondamenti e i problemi della logica matematica (Principia mathematica, 1910-13) e della teoria della relatività. W. cercò poi di fondare l'indagine scientifica sulla base di una concezione realistica (Process and reality,1929).
Dal 1885 insegnò all'univ. di Cambridge, dal 1911 prof. di matematica all'univ. di Londra, dal 1924 al 1936 prof. di filosofia alla Harvard University negli USA. OPERE E PENSIERO Dalla sua iniziale attività speculativa, volta a indagare i fondamenti e i problemi della logica matematica e della teoria della relatività, scaturirono: i volumi A treatise on universal algebra (1898), An introduction to mathematics (1911; trad. it. 1953), i saggi dedicati all'approfondimento delle teorie einsteiniane (Space, time and relativity, 1915-16; La théorie relationniste de l'espace, 1916), la composizione, in collab. con B. Russell, dei celebri Principia mathematica, uno dei testi fondamentali della logica matematica contemporanea. Dopo il primo periodo più decisamente impegnato su problemi logico-matematici, W. svolse la sua riflessione filosofica nell'intento di dare una fondazione alla stessa indagine scientifica e logistica: di qui l'elaborazione di una cosmologia filosofica ove fosse possibile superare la contrapposizione soggetto-oggetto e l'analisi matematico-meccanica della natura. W. indica come "luogo" cruciale della sua visione del mondo l'"evento" in cui la realtà si esprime nella sua interezza, in quanto l'evento "intenzionalmente" comprende la totalità, quasi in un atto di sentire profondo (feeling). Da questa impostazione W. svolge una teoria del "valore" che è colto in un'esperienza insieme estetica e religiosa. Nelle sue ultime opere (in partic., Process and reality, 1929) il problema di Dio è quello stesso della radicale unità della natura e anche della tensione dinamica tra l'uno e i molti, tra "flusso" e "permanenza", fra tempo ed eternità. Rifluiscono così nell'esperienza speculativa di W., dopo la prima fase logicistica, le cui suggestioni restano poi sempre presenti in lui, prospettive ontologiche che affondano le loro radici nell'esperienza romantica. La produzione più apertamente "filosofica" di W. può farsi iniziare con An enquiry concerning the principles of natural knowledge (1919) e The concept of nature (1920; trad. it. 1948), in cui si delineano alcuni fondamentali concetti gnoseologici e cosmologici che troveranno più organico svolgimento nelle opere successive, coincidenti con il suo insegnamento alla Harvard University: oltre a Process and reality, Science and the modern world (1926; trad. it. 1945); Religion in the making (1926); Symbolism (1928); The aims of education (1928); The function of reason (1929); Adventures of ideas (1933); Nature and life (1934; trad. it. 1951); Essays in science and philosophy (post., 1948); Modes of thought (post., 1956); Dialogues of A. N. W. (post., 1956).
Benedetto Croce 1866

Filosofo e storico (Pescasseroli, 25 febbraio 1866 - Napoli, 20 novembre 1952). Studiò a Napoli, che divenne presto la sua dimora abituale. Scampato dal terremoto di Casamicciola (1883) in cui perdette i genitori, fu accolto a Roma in casa dello zio Silvio Spaventa, e vi rimase sino al 1886; ivi intraprese gli studî di giurisprudenza che non continuò, preferendo dedicarsi ai corsi universitarî di etica di Antonio Labriola. Tornato a Napoli, si diede a indagini erudite, ma presto l'erudizione - che pure coltivò poi sempre con geniale dottrina - gli si palesò insoddisfacente, e sentì il bisogno, tipico/">tipico in lui, di trasferire i suoi interessi mentali su un piano di riflessione critica. Primo segno d'una revisione radicale in senso filosofico del suo atteggiamento è la memoria su La storia ridotta sotto il concetto generale dell'arte (1893). Ha inizio così una fervida opera da cui la cultura italiana uscì rinnovata, opera in cui il C. ebbe lungamente compagno Giovanni Gentile, finché ragioni speculative prima e poi politiche non ruppero l'accordo dei due filosofi, e che ha come documento, oltre che le opere dell'uno e dell'altro, le annate de La Critica, fondata nel 1903, la quale rappresentò l'insigne organo del rinnovamento. Senatore dal 1910, ministro dell'Istruzione con Giolitti (da lui sempre ammirato) nel 1920-21, assunse nel 1925, dopo che il fascismo si fu dichiarato nella sua essenza totalitaria, deciso atteggiamento di opposizione, redigendo il Manifesto degli intellettuali antifascisti, i quali guardarono poi sempre a lui come a un esempio. Caduto il fascismo, tornò per breve tempo alla vita politica attiva, come ministro senza portafoglio nel gabinetto Badoglio (aprile-giugno 1944) al quale parteciparono i sei partiti antifascisti del CLN, e nel primo gabinetto Bonomi (costituito il 18 giugno, ma il C. si dimise il 27 luglio); tenne sino al 1947 la presidenza effettiva del Partito liberale e sino al 1948 quella onoraria, fu consultore, deputato alla Costituente e dal 1948 senatore di diritto. Nel 1947 fu nominato socio onorario dell'Accademia dei Lincei, della quale era stato in passato (1923-35, 1945) socio nazionale; nello stesso anno fondò a Napoli l'Istituto italiano per gli studi storici, a disposizione del quale aveva posto la sua biblioteca, forse la più importante biblioteca privata d'Italia. Cardine fondamentale del sistema crociano è il nesso o dialettica dei "distinti", come integrazione della hegeliana dialettica degli "opposti". Con esso il C. intese rivendicare la distinzione e autonomia delle forme dello spirito. Carattere peculiare dell'attività del C. è il costante parallelismo tra la sua opera di filosofo e quella di indagatore di specifici problemi storici, letterarî, politici, ecc.: la sua filosofia, da lui appunto concepita come "metodologia della storia", s'invera assiduamente nel concreto. ▭ Il giovane C. parte nella sua battaglia contro il positivismo dalle posizioni spiritualistiche del De Sanctis e dallo storicismo del Vico, e "storicismo assoluto" è appunto la definizione ultima, da lui stesso offerta, del suo pensiero. Insufficiente, sin dall'inizio, gli apparve il positivismo a chiarire le ragioni della poesia e della storia, ambedue per il C. conoscenza dell'individuale e pertanto non riducibili a classi di fenomeni naturalisticamente intese, e non spiegabili meccanicisticamente. La storiografia si distingue, senza negarla, dalla scienza, essa - affermò il C. all'inizio - può esser ridotta al concetto generale dell'arte, ma l'ulteriore sviluppo della sua indagine è volto a distinguere tra arte e storia: la prima è una forma di conoscenza che si distingue dalla storica e dalla scientifica, in quanto è "intuizione", indipendente dalla conoscenza razionale, dall'utilità e dalla morale, e s'identifica con la sua espressione. Ma certamente l'estetica crociana presenta anche, in nuce, una teoria dello spirito, in cui, accanto all'attività teoretica, è formulata una teoria dell'attività pratica. Il Croce aveva maturato questa parte del suo pensiero attraverso le suggestioni che prima dell'elaborazione dei suoi pensieri sull'arte gli erano venute dallo studio della filosofia del Marx e dall'amicizia con il Labriola. Già da questo il materialismo di Marx veniva opposto, come metodo e teoria storiografica, al filologismo indifferente e sterile. Il C. chiarisce l'essenza di questa nuova problematica del materialismo marxista nella necessità di determinare il posto che nella vita dello spirito spetta all'attività economica. E mentre il marxismo aveva concepito la realtà economica come condizione o struttura, C. fa dell'economicità una delle forme della spiritualità, ponendo, accanto alle categorie tradizionali del Bello (estetica), del Buono (morale), del Vero (logica), la quarta categoria dell'Utile (economica). Ma con questa accettazione del momento economico, che è anche limitazione di esso, C. si sottrae alla suggestione del marxismo, che gli appare ormai errore filosofico; esso però permette al C. di riprendere e sistemare la teoria romantica della politica come pura economicità non tiranneggiata da esigenze etiche, e di ricongiungersi, ancora più indietro, al Machiaveili. ▭ Per dare una compiuta teoria del giudizio estetico e di quello logico, il C. doveva peraltro indagare la sfera specifica nella quale lo spirito, fattosi autocosciente, elabora i predicati del giudizio. Questo compito è affrontato nella Logica, e il problema è avviato a soluzione con la distinzione, che il C. introduce in questa opera, tra concetti puri e pseudoconcetti, cioè tra ragione e intelletto. L'intelletto astratto viene rigettato fuori dei confini dell'attività conoscitiva, in quelli dell'attività pratica, conformemente alle indicazioni e alle conclusioni cui per altre vie e con altri intenti era giunta la gnoseologia e metodologia delle scienze, partendo dal seno stesso del positivismo. Liberatosi dagli impacci degli pseudoconcetti, il C. elabora la teoria del concetto puro, che vive nel giudizio. E infine, con l'identificazione di giudizio esistenziale, o individuale, e giudizio definitorio, compie il passo decisivo, rivelando l'insopprimibile storicità di ogni giudizio, che è il coronamento dell'edificio filosofico di C. e il delicato punto in cui storia e filosofia operano una reciproca integrazione. Tuttavia, una simile ampia sistemazione non sarebbe del tutto intelligibile se non se ne chiarisse ancora un presupposto, che è quello dell'incontro diretto del pensiero del C. con quello di Hegel (Ciò che è vivo e ciò che è morto della filosofia di Hegel, 1906), del quale, attraverso lo studio del marxismo e "mercé l'amicizia e la collaborazione col Gentile", aveva già avuto a risentire. Al C. si era venuta rivelando una visione della realtà la quale, per la concezione dei distinti, si ordina e circolarmente trapassa in forme diverse e ritornanti, in una guisa che può apparire del tutto pacifica. Il C. accordò tale concezione con la dialettica propria dell'hegelismo, la quale sottolinea il momento della lotta e del contrasto tra gli elementi che danno struttura alla realtà, mostrando invece che il momento negativo in una forma distinta non è altro che la positività di un altro distinto che al primo si surroga, per cui alla realtà non viene a mancare l'anelito dialettico e la spinta al divenire, ma non manca nemmeno la capacità di presentarsi positiva ed equilibrata in ogni suo momento. In tal modo una teoria della storiografia era orma i compiuta. Essa imponeva al filosofo-storico di adeguare il suo pensiero e di cogliere i suoi problemi in una realtà che continuamente si rinnova.
Gli eventi pubblici seguiti alla prima guerra mondiale lo indussero poi a trasformare i suoi concetti interpretativi della realtà in precetti e norme di vita: nacque così il suo liberalismo; come prima aveva rivendicato l'autonomia della politica, così ora, di fronte a violente ideologie politiche che danno sanzione etica allo stato, è indotto a rivendicare, nel quadro della distinzione, l'autonomia e l'alterità della vita morale rispetto all'attività politica. Il ripensamento e la colorazione etica dei concetti fondamentali del sistema diventano nota caratteristica di questa seconda fase della vita del filosofo, e da essa sgorga gran parte della produzione del C. storico, che è tutta rivolta alla contemplazione e all'esaltazione delle forze morali che operano nella storia. C. teorizza questa esperienza nella distinzione di storiografia puramente economica e di storiografia etico-politica, nell'idea della storia come storia della libertà e della libertà come ultima religione dell'umanità.
La metodologia degli studî letterarî e storici è uscita profondamente rinnovata dall'insegnamento del Croce. Lo studio della poesia, come d'ogni altra arte, deve tendere - egli insegnò - all'individuazione della personalità dell'artista; tutto ciò che è esterno a lui può concorrere a spiegarlo ma non lo condiziona ai fini dell'accertamento della sua poesia; è assolutamente inefficiente, anzi dannoso, un raggruppamento storico degli artisti; storia dell'arte non è possibile fare, e tanto meno storia di singoli generi letterarî che sono astrazioni di critici, non realtà. Le ricerche care al vecchio "metodo storico" sono bensì legittime, ma solo al servizio della ricostruzione storica d'una determinata cultura o civiltà, non mai per la vera comprensione d'un poeta o artista. La storia, a sua volta, è sempre contemporanea, nel senso che essa è legata al presente, nella persona e nell'ambiente dello storico, che muove sempre nell'opera sua da proprî interessi attuali. La storiografia non è cronaca grezza di avvenimenti, ma ricostruzione e giudizio dei fatti, sintesi di intuizione e concetto; è sempre "etico-politica", cioè storia della vita morale e civile dell'uomo. Il linguaggio è creazione individuale, e quindi atto spirituale, espressione di fantasia e non di logica, è dunque sinonimo di poesia; la linguistica, com'è tradizionalmente intesa, cioè come studio di suoni, di forme, di significati, ecc., ha la sua legittimità, ma come studio di fatti sociali. E si tacciono qui gli insegnamenti del C. in molti altri campi di studio, anche lontani da quelli da lui coltivati (per es., nella filologia testuale); ma non può essere taciuto che nella storia della prosa italiana moderna, la prosa del C., così limpida e precisa, senza sbavature di sorta, sostenuta ma senza pedanterie e leziosaggini, rappresenta un momento di notevole importanza. Pertanto il C., anche se non gli mancarono critici e avversarî talvolta violenti, appare come la figura di maggior rilievo della vita culturale italiana della prima metà del Novecento.
Tra le opere di critica e storia letterarie: Saggi sulla letteratura italiana del Seicento (1911); La letteratura della nuova Italia (6 voll., 1914-40); Goethe (1919); Ariosto, Shakespeare e Corneille (1920); La poesia di Dante (1921); Poesia e non poesia (1923); Storia dell'età barocca in Italia (1929); Nuovi saggi sulla letteratura italiana del Seicento (1931); Poesia popolare e poesia d'arte (1933); Nuovi saggi sul Goethe (1934); Poesia antica e moderna (1941); Poeti e scrittori del pieno e tardo Rinascimento (3 voll., 1945-52); La letteratura italiana del Settecento (1949); Letture di poeti e riflessioni sulla teoria e la critica della poesia (1950). Tra le sue opere filosofiche, fondamentale è la Filosofia dello spirito in tre volumi (Estetica come scienza della espressione e linguistica generale, 1902; Logica come scienza del concetto puro, 1909; Filosofia della pratica, 1909), a cui poi si aggiunse la Teoria e storia della storiografia, 1917 (uscita però già nel 1915 in lingua tedesca a Tubinga: Zur Theorie und Geschichte der Historiographie). Altri scritti filosofici: Materialismo storico ed economia marxista (1900), Problemi di estetica (1910); La filosofia di G. B. Vico (1911); Cultura e vita morale (1914); Nuovi saggi di estetica (1920), in cui è compreso il Breviario di estetica (1913); Etica e politica (1931); Ultimi saggi (1935); La poesia (1936); La storia come pensiero e come azione (1939); Il carattere della filosofia moderna (1941); Discorsi di varia filosofia (2 voll., 1945); Filosofia e storiografia (1949); Storiografia e idealità morale (1950); Indagini su Hegel e schiarimenti filosofici (1952). Tra gli scritti di storia etico-politica: La rivoluzione napoletana del 1799 (1912); Storia del Regno di Napoli (1925); Storia d'Italia dal 1871 al 1915 (1928); Storia d'Europa nel secolo decimonono (1932). Scritti varî: Contributo alla critica di me stesso (1918); Conversazioni critiche (5 voll., 1918-1939); Storia della storiografia italiana nel secolo XIX (2 voll., 1921). Nel 1951 fu pubblicata nei "classici Ricciardi", a cura dello stesso C., un'antologia delle sue opere (Filosofia, poesia, storia), con una compiuta cronologia.
Bertrand Russell 1872



Friedrich Wilhelm Nietzsche nasce a Röcken, vicino a Lützen, nel 1844, e muore a Weimar nel 1900. La sua opera rappresenta una delle vette più alte della filosofia moderna, coniugando una critica distruttiva del passato con un appassionato invito al futuro, alla creazione di un uomo capace di affrontare la tragicità dell’esistenza senza appoggiarsi a certezze metafisiche, morali o religiose.
Nietzsche studiò filosofia classica a Bonn e Lipsia, e in questi anni si manifesta il suo profondo interesse per Schopenhauer, di cui erediterà il pessimismo metafisico, e per la musica di Richard Wagner, con cui instaurerà un’amicizia destinata presto a spezzarsi a causa di divergenze profonde, sia estetiche sia filosofiche.
Nel 1869 viene nominato professore di filologia classica a Basilea. Nel 1872 pubblica Die Geburt der Tragödie aus dem Geiste der Musik (La nascita della tragedia dallo spirito della musica), opera in cui intreccia filosofia e analisi estetica, seguita dagli studi sui presocratici e dal saggio inedito del 1873 Über die Philosophie im tragischen Zeitalter der Griechen.
Tra il 1873 e il 1876 compone le Vier Unzeitgemäße Betrachtungen (Quattro considerazioni inopportune), che affrontano rispettivamente Strauss e la religione, l’utilità della storia, Schopenhauer e Wagner, segnando la prima fase della sua critica culturale, ancora ancorata a riferimenti filologici e alla storia della filosofia.
Lasciata la cattedra nel 1879, Nietzsche soggiorna a lungo in Italia e in Engadina. Questo periodo, segnato dalla rottura con Wagner e dalla pubblicazione di opere come Menschliches, Allzumenschliches (1878), Morgenröte (1881) e soprattutto Die fröhliche Wissenschaft (1882), è definito “critico” o “illuministico”.
La fase critica è caratterizzata da:
Serrata demolizione dei valori tradizionali, in particolare morali e religiosi;
Analisi genealogica della cultura europea, con attenzione al senso storico delle tradizioni;
Studio dell’origine della decadenza della civiltà occidentale, ponendo le basi concettuali per il superamento del nichilismo.
Secondo Nietzsche, nell’agosto del 1881 si produce la svolta che introduce i concetti centrali del suo pensiero maturo:
Superuomo (Übermensch): l’uomo nuovo, capace di creare valori propri e di affrontare la vita senza ricorrere a certezze predefinite;
Eterno ritorno dell’identico: principio cosmico ed etico che invita a vivere come se ogni azione dovesse ripetersi all’infinito;
Volontà di potenza: forza fondamentale della vita, che si manifesta non solo come dominio sugli altri, ma come espressione massima delle potenzialità dell’individuo.
Opere centrali di questo periodo comprendono:
Also sprach Zarathustra (1883-85), testo in tono profetico e enigmatico;
Jenseits von Gut und Böse (1886) e Zur Genealogie der Moral (1887), analisi critica dei fondamenti morali della civiltà;
Der Fall Wagner (1888), Götzendämmerung (1889), Nietzsche contra Wagner (1889), Der Antichrist e Ecce Homo, in cui Nietzsche affronta cultura, religione, arte e politica con tono polemico e programmatico.
Dal gennaio 1889 Nietzsche cade in una crisi di follia a Torino, dalla quale non si riprende più, trascorrendo gli ultimi anni sotto le cure della madre e della sorella. Rimane incompiuta la sua opera finale, Der Wille zur Macht (La volontà di potenza), curata dalla sorella e da Peter Gast, edizione che per lungo tempo generò fraintendimenti e polemiche a causa della selezione e della disposizione dei materiali. Solo in epoca successiva è stata pubblicata un’edizione critica, rigorosa e filologicamente affidabile.
In La nascita della tragedia, Nietzsche sviluppa un’analisi radicale della Grecia antica, riformulando le valutazioni tradizionali:
L’apice della cultura greca non si trova nel periodo classico, ma negli inizi informi dei presocratici e nella tragedia di Eschilo e Sofocle;
La contrapposizione Dioniso-Apollo simboleggia il conflitto tra tragedia della vita e razionalizzazione fredda della realtà;
La filosofia socratica e platonica introduce la decadenza, portando a un’illusione di controllo e razionalità che condizionerà tutta la civiltà europea e il cristianesimo, instaurando un nichilismo strutturale.
Nietzsche osserva che la cultura europea è dominata da:
Memoria e ossequio al passato, che ostacolano il rinnovamento vitale;
Valori mistificatori, che nascondono esigenze vitali e motivazioni reali;
Cristianesimo: il cristianesimo storico, sviluppato da S. Paolo, propaga un giudizio negativo sulla vita, con pseudo-virtù che conducono al rifiuto della realtà.
La celebre “morte di Dio” non è un semplice ateismo, ma la constatazione che Dio non stimola più la creatività, ostacolando la scoperta di nuovi valori e provocando il nichilismo, ovvero la consapevolezza di una crisi radicale della civiltà.
Il nichilismo, pur segnando una crisi storica, offre anche un’opportunità:
È coscienza della crisi, necessaria per superarla;
Annuncia il superamento dell’uomo epigonico, attraverso la figura del superuomo;
Implica una mutazione radicale dell’uomo, non limitata a un ritorno alla natura o a sostituzioni di valori, ma a un salto evolutivo, in grado di valorizzare le potenzialità corporee, psicologiche e spirituali ancora inesplorate;
La volontà di potenza guida questo processo, come forza creativa e vitale capace di costruire nuovi valori e forme di esistenza.
Nietzsche, così, propone un progetto filosofico e programmatico, in cui critica radicalmente i valori tradizionali e al contempo suggerisce la creazione di una nuova forma di umanità, capace di vivere senza illusioni, in armonia con la tragicità e la complessità dell’esistenza.
Friedrich Hegel 1770 Friedrich Hegel nacque il 27 agosto 1770 a Stoccarda, nel Ducato del Württemberg (oggi Germania). È uno dei più grandi ...