Oswald Spengler 1880

Oswald Spengler 1880

Moritz Schlick 1882


Karl Jaspers 1883

Tra i suoi concetti più influenti ci sono:
Jaspers fu anche uno dei primi filosofi a parlare della responsabilità collettiva dopo la Seconda Guerra Mondiale, affrontando il problema della colpa in Germania.
La sua opera principale è “Filosofia” (1932), un'opera monumentale in tre volumi.
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Bronislaw Malinowski 1884




Gaston Bachelard 1884

Gaston Bachelard (1884 – 1962) è stato un filosofo della scienza e della poesia francese.Epistemologo illustre, è autore di numerose riflessioni legate alla conoscenza e alla ricerca.Gaston Bachelard ha avuto una carriera fuori dal comune. All'inizio impiegato alle poste, prende la laurea e diventa professore di fisica e chimica a Bar-sur-Aube. Riesce nel 1922 a laurearsi anche in filosofia e insegna questa materia alla Facoltà di Dijon prima di diventare professore alla Sorbona fino al 1954. Nella sua opera fondamentale: Il nuovo spirito scientifico (1934), Gaston Bachelard compie un superamento del dibattito tra empirismo e razionalismo, così come Karl Popper, autore a cui viene spesso contrapposto. Per Bachelard, il materialismo razionale si trova al centro di uno spettro epistemologico le cui due estremità sono costituite dall'idealismo e dal materialismo. Bachelard si impegna per una critica severa dell’induttivismo e dell'empirismo. Il fatto scientifico si trova sempre costruito alla luce di una problematica teorica. La scienza si sviluppa in opposizione all'evidenza, contro le illusioni della conoscenza immediata. È in questo senso che Bachelard parla di una «filosofia del non». L'accesso alla conoscenza come la storia delle scienze è dunque segnata da un «taglio epistemologico» che opera una separazione con il pensiero prescientifico. Produrre conoscenze nuove significa dunque superare "ostacoli epistemologici", secondo l'espressione di Bachelard che parla anche di rottura epistemologica.Per Bachelard, ogni conoscenza è una conoscenza avvicinata: «Scientificamente, si pensa il vero come correzione storica di un lungo errore, si pensa l'esperienza come correzione della comune e prima illusione».Bachelard si impegna per un'epistemologia concordataria. Ritiene sia indispensabile superare l'opposizione tra empirismo e razionalismo: «Né razionalità vuota, né materialismo sconnesso». «L'attività scientifica richiede la messa in opera di un razionalismo applicato» o di «un materialismo razionale».Avendo le sue idee numerose affinità con quelle di Ferdinand Gonseth, contribuì con lui alla creazione e alla vita della rivista Dialectica.Nella seconda parte della sua impresa filosofica, Bachelard si consacra a uno studio approfondito dell'immaginario poetico. In un testo divenuto celebre, Le dormeur éveillé, dichiara: "La nostra appartenenza al mondo delle immagini è più forte, più costitutiva del nostro essere che non l'appartenenza al mondo delle idee". Incoraggia allora le dolcezze del fantasticare (della "rêverie") e si lascia andare alle evocazioni ispirate dalla "fiamma di una candela".

György Lukács nacque a Budapest nel 1885, in un’Ungheria che stava vivendo i fermenti e le contraddizioni della modernità. Figlio della borghesia colta, crebbe in un ambiente dove la cultura era considerata parte integrante della vita quotidiana. Fin da giovane, la sua curiosità intellettuale lo spinse ben oltre i confini della filosofia scolastica, portandolo a interrogarsi su come arte, letteratura, storia e società si intrecciassero in un unico disegno.
Nel 1906 si laureò a Budapest, ma il desiderio di ampliare i propri orizzonti lo condusse, appena tre anni dopo, in Germania. Qui, tra Berlino e Heidelberg, trascorse anni decisivi: non solo approfondì gli studi di filosofia, ma entrò in contatto diretto con alcune delle menti più brillanti dell’epoca, come Georg Simmel, Max Weber, Heinrich Rickert e Emil Lask. Fu anche il tempo della Hegel-Renaissance guidata da Wilhelm Dilthey, che avrebbe lasciato in lui un segno indelebile.
Da questo crogiolo culturale nacquero le sue prime opere fondamentali: L’anima e le forme (1911) e Teoria del romanzo (1915), testi in cui si intrecciano l’analisi filosofica e la riflessione estetica, il rigore concettuale e la passione per la letteratura. In queste pagine già si intravede il filo conduttore del suo pensiero: la convinzione che l’arte e la filosofia possano e debbano interpretare la complessità dell’esperienza umana.
Il 1923 segnò una svolta. Con Storia e coscienza di classe, Lukács si immerge pienamente nell’universo marxista, proponendo una lettura originale e profonda di Marx. Qui, unisce la teoria della reificazione e del feticismo con la critica hegeliana all’intelletto astratto e al materialismo riduttivo, opponendosi ai metodi puramente analitici e quantitativi delle scienze naturali. Al centro del suo approccio c’è la categoria della totalità concreta: solo comprendendo i fenomeni nel loro insieme, nel loro intreccio di relazioni e contraddizioni, è possibile coglierne il senso autentico.
Ma questo libro, che influenzò una parte importante della cultura europea, fu anche la causa di forti tensioni politiche. Le sue critiche alla “dialettica della natura” di Engels gli valsero l’ostilità della Terza Internazionale. Legato ormai al movimento comunista – nel 1919 aveva partecipato come commissario del popolo all’istruzione alla breve Repubblica sovietica ungherese di Béla Kun – Lukács finì per prendere le distanze dall’opera, inaugurando così la seconda fase del suo percorso: l’elaborazione di una estetica marxista.
In testi come Il giovane Hegel e i problemi della società capitalistica (1948), Lukács difese la continuità metodologica tra Hegel e Marx-Engels, mentre in La distruzione della ragione (1954) tracciò una storia del pensiero tedesco nell’età imperialistica, individuando un filone irrazionalistico che, a suo dire, conduceva da Schelling fino all’ideologia nazista.
Come teorico dell’arte, Lukács elaborò una visione fondata sulla concezione leniniana del rispecchiamento e sulla centralità del particolare: l’arte più alta è per lui il realismo, capace di rappresentare personaggi “tipici” in situazioni “tipiche” che rivelano le strutture profonde della società. I suoi studi sul realismo – da Balzac ai grandi romanzieri russi, fino a Thomas Mann – hanno lasciato un’impronta duratura nella critica letteraria.
Nel 1956, durante il disgelo politico in Ungheria, Lukács entrò nel secondo governo di Imre Nagy come ministro della Pubblica istruzione. Fu un momento breve ma intenso: dopo la repressione sovietica, venne deportato in Romania e poté rientrare a Budapest solo nel 1957. Da allora si ritirò dalla vita pubblica, dedicandosi esclusivamente alla ricerca e alla scrittura, fino alla morte, avvenuta nella sua città natale nel 1971.
Il lascito di Lukács è quello di un pensatore che ha saputo unire filosofia, storia, politica e letteratura in un unico discorso coerente e militante. Un intellettuale capace di attraversare il Novecento con lo sguardo critico di chi crede che la cultura non sia un lusso, ma una forza capace di trasformare la realtà.
Ludwig Joseph Wittgenstein 1889

Ludwig Joseph Wittgenstein (1889-1951)
Ludwig Joseph Wittgenstein, nato a Vienna nel 1889 e morto a Cambridge nel 1951, rappresenta una delle figure più affascinanti e influenti della filosofia del Novecento. La sua opera rivoluzionò in due momenti distinti il modo di concepire il linguaggio, facendo di lui un pensatore cruciale non solo per la filosofia analitica, ma per la riflessione sulla mente, la scienza e l’etica.
Inizialmente impegnato negli studi di ingegneria a Manchester, Wittgenstein abbandonò la carriera tecnica per seguire la sua vera passione: i fondamenti della logica e della matematica. Nel 1912 approdò a Cambridge, dove divenne allievo di Bertrand Russell, figura centrale della logica matematica e della filosofia analitica. La sua vita fu segnata anche dagli eventi storici: partecipò come ufficiale dell’esercito austriaco alla Prima guerra mondiale, sperimentando in prima persona la complessità della realtà e della responsabilità morale. Tra il 1920 e il 1926 insegnò nelle scuole elementari, esperienza che consolidò la sua attenzione al linguaggio quotidiano e alla chiarezza dell’espressione. Ritornato a Cambridge nel 1929, assunse la cattedra di filosofia dal 1939 fino alla sua dimissione nel 1947, dedicandosi interamente alla ricerca. Dal 1938 era cittadino britannico, consolidando il suo legame con l’ambiente accademico inglese.
La prima fase del pensiero wittgensteiniano è racchiusa nel Tractatus logico-philosophicus (1922), opera in cui il filosofo indaga la natura del linguaggio come specchio della realtà. L’idea centrale è quella di un linguaggio perfetto, costituito da proposizioni elementari corrispondenti a fatti semplici, immediatamente percepibili nell’esperienza. In questo quadro, la scienza rappresenta l’insieme di tutte le proposizioni empiriche, mentre logica e matematica pura assumono il ruolo di tautologie, cioè proposizioni prive di contenuto empirico ma strutturalmente necessarie. Le affermazioni filosofiche tradizionali, non riconducibili a fatti o tautologie, vengono considerate insensate. La filosofia, secondo Wittgenstein, non è un corpo di dottrine, bensì un’attività critica: il suo compito è chiarire la struttura logica del linguaggio fino ai limiti oltre i quali non si può parlare. Da questa prospettiva deriva la celebre conclusione del Tractatus: «Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere». Questa fase influenzò profondamente il Circolo di Vienna e Moritz Schlick, ponendo le basi per la filosofia analitica del linguaggio.
Il ritorno di Wittgenstein a Cambridge segnò l’inizio della sua seconda fase, culminata nelle Ricerche filosofiche (pubblicate postume nel 1953). Qui abbandona l’idea di un linguaggio unico e perfetto, rivolgendosi invece al linguaggio quotidiano. Introduce il concetto di giochi linguistici, secondo cui il linguaggio è composto da una molteplicità di pratiche comunicative, ciascuna con le proprie regole interne. Non esiste un’essenza unica del linguaggio; il significato di una parola emerge dall’uso concreto che ne fa chi parla, contestualizzato nella vita sociale. Il filosofo diventa così un “terapeuta concettuale”, impegnato a dissolvere le confusioni generate da un uso impreciso del linguaggio, in particolare nei dibattiti sulla mente, la psicologia e il rapporto tra linguaggio e realtà.
Il Tractatus ebbe un impatto immediato sulla filosofia analitica del primo Novecento, mentre le Ricerche filosofiche segnarono profondamente la filosofia anglosassone, ispirando approcci innovativi allo studio del linguaggio, della mente e della comunicazione. Le interpretazioni più recenti invitano a leggere Wittgenstein nella sua interezza, evidenziando non solo il suo legame con la logica e l’analisi concettuale, ma anche con la tradizione culturale mitteleuropea e viennese, dove dimensioni etiche e estetiche sono strettamente intrecciate alla riflessione filosofica. Il linguaggio, per Wittgenstein, non è un mero strumento di descrizione: è la nostra finestra sulla realtà, la modalità attraverso cui comprendiamo noi stessi e gli altri.
Ludwig Wittgenstein emerge come un pensatore complesso e radicale, capace di coniugare rigore logico e attenzione alla vita reale. Le due fasi della sua filosofia offrono strumenti concettuali differenti: da un lato, un linguaggio ideale e rigoroso, dall’altro, una pluralità di pratiche quotidiane che definiscono il senso delle parole. Comprendere il linguaggio, secondo Wittgenstein, significa comprendere la vita, la mente e la società: la filosofia diventa così una guida per chiarire i confini del pensiero e per migliorare la nostra comprensione del mondo.
Martin Heidegger 1889

Martin Heidegger (Messkirch, 1889–1976) è senza dubbio una delle figure più influenti e, al tempo stesso, più controverse della filosofia del Novecento. Il suo pensiero ha riplasmato i confini dell’ontologia, la filosofia del linguaggio, la teoria dell’arte e la critica della tecnica; ma ha anche sollevato questioni etiche e interpretative assai difficili a causa del suo coinvolgimento politico durante gli anni Trenta e delle ripetute ambiguità nel corso della ricezione critica. Qui offro una ricostruzione organica del suo percorso intellettuale, una messa a fuoco dei concetti fondamentali e una valutazione critica che prenda sul serio tanto le potenze del suo pensiero quanto i suoi limiti.
Heidegger nasce nel 1889 a Messkirch, nella regione del Baden. Studia a Friburgo, si forma alla fenomenologia di Husserl e svolge la libera docenza sotto la guida di Heinrich Rickert. Nel 1923 è chiamato a Marburgo, dove circonda la sua attività di insegnamento e ricerca e matura il nucleo di Sein und Zeit (1927), opera che segna il passaggio decisivo della sua riflessione.
Nel 1928 torna a Friburgo come successore di Husserl; nel 1933 è eletto rettore dell’università e in quell’anno pronuncia la celebrosa prolusione Die Selbstbehauptung der deutschen Universität, segnando un momento problematico per il suo rapporto con il nazionalsocialismo. Le dimissioni da rettore, l’anno successivo, e il suo allontanamento dalla politica attiva non cancellano però il segno storico di quell’adesione (ma rimangono oggetto di discussione circa natura e profondità).
Dopo la guerra, dal 1945 al 1951, Heidegger subisce un divieto di insegnamento imposto dalle autorità occupanti; riprende l’attività accademica e pubblica una serie di testi e corsi che mostrano la svolta del pensiero (la cosiddetta Kehre o “svolta”) verso il linguaggio, l’arte e la storia dell’essere. Negli anni Cinquanta e Sessanta esce una produzione copiosa: saggi, conferenze, lezioni su Kant, Nietzsche, Hölderlin, l’arte e la tecnicità del mondo moderno. Nel dopoguerra la sua autorità filosofica cresce, ma cresce anche il dibattito critico sul versante politico e morale.
Sein und Zeit (Essere e tempo) è il tentativo di rinnovare la questione dell’essere liberandola dall’amnesia in cui la metafisica occidentale l’aveva relegata. Heidegger sostiene che la domanda sull’essere non può essere risolta astraendo dall’“esserci” umano (Dasein): l’essere si manifesta nella forma del rapporto che l’uomo intrattiene con il mondo. Metodo: una fenomenologia ermeneutica che analizza le strutture costitutive dell’esperienza esistenziale.
Dasein (esserci): non un semplice ente tra gli altri, ma l’ente caratterizzato dalla capacità di “essere” interrogativo, di porsi interrogazioni sull’essere. Il Dasein è sempre già inserito in una rete di significati condivisi e pratici.
Essere-nel-mondo (In-der-Welt-sein): la primarietà del rapporto pratico e corale con il mondo; la coscienza non è una sostanza interna isolata ma esiste sempre in relazione e contesto.
Zuhandenheit / Vorhandenheit: distinzione tra l’“essere-a-mano” degli strumenti (utilizzabili, pronti all’uso) e l’“essere-posseduto” degli oggetti contemplativi; Heidegger mostra come la nostra modalità primaria sia la pratica (Zuhandenheit).
Sorge (cura): struttura fondamentale dell’esistenza che connette temporalità, progetto e cura per il mondo. Il Dasein è progetto, apertura sul futuro (pro-gettarsi) e cura delle possibilità.
Geworfenheit (gettatezza): condizione di essere proiettati in un mondo già dato, con vincoli storici e limitazioni; finitezza e contingenza.
Angoscia e essere-per-la-morte: l’angoscia dischiude il nulla e la possibilità più propria dell’essere umano — la morte — che costituisce la possibilità ultima che dà consistenza all’autenticità esistenziale.
Autenticità (Eigentlichkeit) vs inautenticità: l’autenticità non è un ideale etico ma il modo in cui il Dasein si appropria responsabilmente delle proprie possibilità, specialmente alla luce della mortalità.
Heidegger rilegge il tempo come orizzonte costitutivo dell’essere: il futuro (attesa/progetto), il passato (essere-gettato) e il presente come integrazione dinamica. La temporalità è la chiave per comprendere come il Dasein interpreta il senso dell’essere.
Una distinzione fondamentale è quella tra il discorso sugli enti (ontico) e la domanda sull’essere degli enti (ontologico). Heidegger insiste sul fatto che la metafisica tradizionale ha privilegiato questioni ontiche riducendo l’essere alla presenza o alla sussistenza.
Negli scritti successivi Heidegger muta accentuazioni: meno psicologismo e analisi esistenziale, più attenzione alla storia dell’essere, al linguaggio e all’arte come luoghi di disvelamento (aletheia). L’opera d’arte e la poesia — specialmente Hölderlin — diventano test e strumenti per una filosofia che guarda all’essere come evento storico-linguistico.
Heidegger enuncia l’idea che il linguaggio non è uno strumento neutro; è la casa dove l’essere si manifesta. Il linguaggio poetico, per Heidegger, conserva un potere originario di disvelamento che il discorso scientifico e tecnico ha progressivamente oscurato.
Ne La questione della tecnica (Die Frage nach der Technik) Heidegger sviluppa la critica alla modernità tecnologica: la tecnica non è solo uno strumento ma un modo di rivelazione del mondo — l’Enframing (Gestell) — che riduce la realtà a risorsa (Bestand). Questa riduzione è collegata al fenomeno del nichilismo: il mondo diventa disponibile, calcolabile, privo di senso ultimo.
Nella riflessione sull’opera d’arte Heidegger argomenta che l’arte apre una verità diversa dalla proposizione scientifica: un dis-velamento storico che permette allo spirito di abitare il mondo in modi non funzionali.
La dimensione politica della vicenda heideggeriana è centrale per qualsiasi giudizio complessivo. Nel 1933 Heidegger aderì al Partito nazionalsocialista e assunse il rettorato di Friburgo, tenendo il discorso già citato. Le conseguenze interpretative e morali di questo coinvolgimento sono molteplici:
Impegno politico diretto (1933): le prese di posizione e alcune aperture verso il regime sono documentate. Le dimissioni e il progressivo ritiro dalla politica non cancellano però la responsabilità del gesto.
Il dopoguerra e il divieto d’insegnamento: dal 1945 al 1951 Heidegger subì restrizioni per la sua posizione durante il nazismo.
Le “Nuove” rivelazioni: negli ultimi decenni la pubblicazione di taccuini e documenti (es. i cosiddetti Black Notebooks) ha portato alla luce passaggi con contenuti antiebraici e una svolta nell’interpretazione morale ed ermeneutica dell’opera.
È possibile separare il filosofo dall’uomo? La questione se il coinvolgimento politico inficia la validità dei contenuti filosofici resta controversa. Alcuni argomentano per la separazione pratica: certe intuizioni ontologiche mantengono valore indipendentemente dalla biografia. Altri sostengono che il nucleo del pensiero — la critica alla modernità, la celebrazione di radici culturali — sia congenitamente vulnerabile a usi politico-ideologici e vada interpretato con cautela.
La scoperta di elementi apertamente antisemiti impone una rilettura critica: occorre valutare quali impostazioni concettuali possano aver facilitato ambiguità o aperture a posizioni ideologiche perniciose.
Heidegger riapre la questione dell’essere con una radicalità che spiazza: non più una questione teorica per specialisti, ma un problema radicale che tocca la nostra esistenza, la cultura e la tecnica. Ha introdotto strumenti concettuali (Dasein, cura, gettatezza, aletheia) che hanno permesso nuove letture dell’esperienza umana e della storia.
La fusione di fenomenologia e ermeneutica inaugura pratiche filosofiche che approfondiscono la comprensione storica e linguistica dei vissuti; questa mescolanza è stata feconda per l’ermeneutica filosofica (Gadamer) e per la filosofia esistenziale.
La diagnosi del nichilismo e della riduzione del mondo a risorsa è una delle intuizioni più feconde e utilizzate nella filosofia contemporanea (pensiero ecologico, critica della tecnologia, filosofia della scienza).
La sua riflessione ha permeato teologia, estetica, critica letteraria, studi sulla tecnologia, filosofia politica e psicoterapia (es. alcune correnti della psicologia esistenziale).
Una critica frequente riguarda lo stile: Heidegger usa un lessico spesso tecnico, rinnovato e denso di neologismi (in tedesco), che rende difficile l’accesso e favorisce equivoci interpretativi. Ciò ha contribuito a multifacce di letture plausibili ma divergenti.
Nonostante la critica alla metafisica, alcuni commentatori osservano che Heidegger, nella sua stessa messa in scena dell’essere, talvolta assume modalità quasi metafisiche: parlare dell’essere come di un evento quasi trascendente può ricadere in forme di metafisica “altre” piuttosto che in una radicale discontinuità.
L’adesione a idee e pratiche nazionaliste rimane una macchia che complica l’uso pubblico del suo pensiero. A livello interpretativo è necessario domandarsi se certe idee (concetto di radicamento, critica della tecnica) possano essere – e siano state – strumentalizzate politicamente.
Heidegger critica l’uomo antropologico «soggetto» moderno; tuttavia la sua ridefinizione dell’“esserci” può talvolta sembrare eccessivamente centrata su categorie esistenziali forti (angoscia, morte) che rischiano di oscurare aspetti sociali, economici e materialistici del vivere umano che altre teorie esplicitano meglio.
Il pensiero heideggeriano ha generato molteplici linee di sviluppo:
Ermeneutica filosofica (Hans-Georg Gadamer): ampliamento e applicazione ermeneutica della fenomenologia.
Esistenzialismo e filosofia francese: Sartre, Merleau-Ponty, e dopo la guerra l’interesse in Francia per Nietzsche e la questione del nichilismo.
Decostruzione: Derrida è debitore a Heidegger sul tema della decostruzione della metafisica e dell’analisi del linguaggio, ma ne diverge in molti aspetti ermeneutici e metodologici.
Filosofia della tecnica e studi ecologici: la diagnosi della tecnica come modalità di rivelazione ha alimentato scienze umane critiche della modernità tecnica.
Teologia e studi religiosi: la rilettura teologica di Heidegger è complicata e ambivalente ma fortemente stimolante per la teologia filosofica contemporanea.
Introduzioni e guide: leggere una buona introduzione contemporanea su Heidegger (manuali e guide critiche) per padroneggiare il lessico.
Saggi brevi: Was ist Metaphysik? (Che cos’è la metafisica), Brief über den Humanismus (Lettera sull’umanismo) — utili per afferrare temi centrali.
Sein und Zeit: affrontarlo con commento; leggere non tutto di primo acchito ma le parti centrali: analitica esistenziale, cura, temporalità.
Saggi della svolta: La questione della tecnica, Unterwegs zur Sprache (Sulla via del linguaggio), testi su Hölderlin e l’arte.
Critica e interpretazione: testi di commento (Hubert Dreyfus è una lettura famosa per orientarsi su Sein und Zeit), articoli critici e lavori di contestualizzazione storica.
Sein und Zeit (Being and Time)
Was ist Metaphysik? (What is Metaphysics?)
Brief über den Humanismus (Letter on Humanism)
Die Frage nach der Technik (The Question Concerning Technology)
Holzwege, Unterwegs zur Sprache, e le lezioni su Nietzsche e Kant
(leggere edizioni affidabili e buone traduzioni annotate).
Martin Heidegger rimane un gigante intellettuale perché ha rilanciato la domanda sull’essere rendendola cruciale per la cultura contemporanea; ha fornito strumenti concettuali che hanno generato nuove discipline interdisciplinari; ha esercitato un’influenza immensa su ermeneutica, filosofia del linguaggio, estetica e critica della tecnologia. Tuttavia, il suo pensiero non è un patrimonio neutro: la densità terminologica, l’oscillazione tra rigore e enigma e, soprattutto, le implicazioni politiche della sua biografia impongono una lettura sempre critica, storicamente sensibile ed eticamente vigile.
Chi studia Heidegger non deve essere né apologeta né sommario censore. Occorre approcciarlo riconoscendo insieme la portata delle sue intuizioni filosofiche e la necessità di interrogarne le radici storiche e le potenziali ricadute ideologiche. La sfida per la filosofia contemporanea è prendere ciò che può illuminare (per esempio la diagnosi della tecnicità, il primato della comprensione storica) e metterlo a confronto con i limiti e i rischi, senza rimuovere la complessità morale della vicenda umana che la sua biografia rende ineludibile.
Separazione autore-opera: quale peso attribuire alle scelte politiche del filosofo nell’interpretazione del testo?
Heidegger e la democrazia liberale: la sua critica della modernità ha punti di convergenza con posizioni ecologiche e antitecnocratiche, ma può anche essere strumentalizzata verso richieste autoritarie di autenticità collettiva. Qual è il discrimine?
Il linguaggio come casa dell’essere: in che misura questa idea può aiutare la filosofia linguistica contemporanea?
Tecnica e resistenza culturale: la diagnosi heideggeriana sulla tecnica è ancora pertinente all’era digitale e ai grandi algoritmi? In che modo può essere integrata con analisi sociali ed economiche più materiali?
Heidegger resta imprescindibile per chi voglia affrontare le questioni più radicali: che cosa significa essere, come il linguaggio plasma il nostro rapporto col mondo, quali sono le conseguenze esistenziali dell’oblio dell’essere nella modernità tecnica. Studiare Heidegger richiede lavoro critico, pazienza e responsabilità: non si tratta solo di appropriarsi di una dottrina, ma di fronteggiare problemi filosofici che riverberano nella cultura, nella politica e nella vita quotidiana. Allo stesso tempo, va mantenuta la vigilanza morale e storica necessaria per non rimuovere le contraddizioni emblematiche della sua figura.
Rudolf Carnap 1891

Immagina di voler capire come funziona il mondo, ma senza perderti in parole complicate o idee confuse. Questo era l’obiettivo di Rudolf Carnap (1891–1970), un filosofo tedesco che amava la logica e la scienza, e che poi visse negli Stati Uniti.
Carnap faceva parte di un gruppo di studiosi molto speciali chiamato Circolo di Vienna: una squadra di amici che cercava di spiegare tutto con il linguaggio più chiaro e preciso possibile, usando la matematica e la scienza.
Fin da giovane, Rudolf studiò con grandi maestri: imparò filosofia, la scienza della logica con chi per primo l’aveva inventata, e persino fisica da uno dei più grandi scienziati di sempre, Albert Einstein! E fece amicizia con filosofi famosi come Bertrand Russell e Edmund Husserl.
Nel 1928 scrisse un libro molto importante, La costituzione logica del mondo, dove provava a spiegare che tutte le nostre idee e la scienza possono partire dalle cose che vediamo o sentiamo dentro di noi, cioè dalla nostra esperienza.
Qualche anno dopo, nel 1934, scrisse un altro libro, Sintassi logica del linguaggio, in cui diceva una cosa rivoluzionaria: non esiste un modo “giusto” o “sbagliato” per parlare o usare la logica, ognuno può scegliere il linguaggio che preferisce, purché sia utile per i suoi scopi.
Quando si trasferì negli Stati Uniti, iniziò a insegnare in grandi università e si dedicò a studiare come funzionano il significato delle parole (la semantica) e come possiamo pensare a tutte le possibilità diverse che potrebbero accadere (la logica modale, che parla di “mondi possibili”).
Inoltre, lavorò a come possiamo capire e prevedere il futuro basandoci su indizi e probabilità, cercando di distinguere tra affermazioni vere per definizione (analitiche) e quelle che si scoprono solo sperimentando (sintetiche).
In poche parole, Carnap voleva che la filosofia fosse chiara, vicina alla scienza e utile a capire davvero come gira il mondo, senza perdere tempo in chiacchiere inutili.
Antonio Gramsci 1891

Antonio Gramsci: il prigioniero delle idee
Nato ad Ales, un piccolo paese dell’entroterra sardo, il 22 gennaio 1891, Antonio Gramsci vide la luce in una terra aspra, segnata dalla povertà e dalla fatica quotidiana dei contadini. Fin da bambino dovette affrontare le difficoltà della vita: una malformazione alla colonna vertebrale lo rese fragile fisicamente, ma non riuscì mai a piegare la sua volontà di comprendere e cambiare il mondo.
In gioventù si avvicinò alle idee autonomiste sarde, ma fu l’università di Torino, che iniziò a frequentare nel 1911, a trasformare per sempre il suo orizzonte intellettuale. Nella capitale industriale d’Italia, Gramsci entrò in contatto con le lotte operaie, respirò l’aria densa di dibattiti politici e scoprì nel socialismo rivoluzionario una chiave per interpretare le ingiustizie che vedeva intorno a sé.
Si iscrisse al Partito Socialista Italiano nel 1913 e cominciò a collaborare con giornali come Il Grido del Popolo e l’Avanti!, distinguendosi per la lucidità e la profondità delle sue analisi. Nel maggio 1919 fondò insieme ad altri militanti L’Ordine Nuovo, un settimanale che divenne il punto di riferimento per il movimento dei consigli di fabbrica, organismi autogestiti dagli operai. Le sue posizioni, in sintonia con quelle di Lenin, spingevano il socialismo italiano verso un legame diretto con l’Internazionale comunista.
Quando nel 1921 nacque il Partito Comunista d’Italia, Gramsci fu tra i protagonisti della scissione dal PSI. Entrò nel comitato centrale e, dopo un periodo a Mosca tra il 1922 e il 1923, divenne una figura di primo piano nell’Internazionale comunista. Tornato in Italia nel 1924, in un contesto di crescente repressione fascista, fondò il quotidiano l’Unità e venne eletto deputato. Da segretario del PCd’I, impostò una strategia innovativa: unire gli operai del Nord e le masse contadine del Mezzogiorno, affrontando la cosiddetta "questione meridionale" e cercando un’alleanza con i socialisti massimalisti.
La sua attività non passò inosservata al regime. Nel novembre 1926 fu arrestato e, nel 1928, condannato a 20 anni di carcere dal Tribunale speciale fascista. Il pubblico ministero pronunciò una frase rimasta nella memoria: "Bisogna impedire a questo cervello di funzionare per vent’anni".
Ma il carcere, invece di spegnere la sua intelligenza, la trasformò in un laboratorio di pensiero. Nonostante la salute sempre più fragile, Gramsci riempì pagine e pagine dei suoi Quaderni del carcere, riflettendo su storia, politica, filosofia, letteratura. È qui che elaborò i suoi concetti più celebri:
Gramsci criticò apertamente lo stalinismo, opponendosi a ogni forma di potere repressivo e immaginando una società in cui l’educazione e la cultura fossero strumenti di emancipazione collettiva. Le sue riflessioni sul Risorgimento italiano, sulla figura di Machiavelli, sugli intellettuali e sull’"americanismo" mostrano una capacità rara di intrecciare storia e politica con una visione globale.
Le sue condizioni di salute peggiorarono a tal punto che, nel 1934, fu trasferito in una clinica di Formia. Morì a Roma il 27 aprile 1937, pochi giorni dopo aver ottenuto la libertà condizionata.
Oggi, le Lettere dal carcere e i Quaderni del carcere restano tra le opere più influenti della cultura politica del Novecento. Antonio Gramsci, prigioniero del corpo ma libero nello spirito, continua a parlarci di un’idea di politica come responsabilità culturale, di rivoluzione come costruzione di coscienza collettiva, di libertà come conquista quotidiana.
Max Horkheimer 1895

Herbert Marcuse 1898

Hans-Georg Gadamer 1900

Hans-Georg Gadamer (Marburgo, 11 febbraio 1900 – Heidelberg, 13 marzo 2002) è a ragione considerato uno dei protagonisti dell’ermeneutica filosofica contemporanea. Formatosi nella temperie neo-kantiana e fenomenologica (contatti con Paul Natorp; confronto diretto e decisivo con Martin Heidegger), pone il centro della sua ricerca non su metodi operativi dell’interpretazione, ma sulla natura ontologica del comprendere. Il suo testo centrale, Verità e metodo (1960), non è un trattato metodologico ma una diagnostica della condizione storica e linguistica dell’esperienza ermeneutica.
La mossa teorica più radicale di Gadamer consiste nel trasformare l’ermeneutica da disciplina tecnica (come era stata concepita da Schleiermacher e Dilthey) in una teoria esistenziale-ontologica del comprendere. Se per Schleiermacher l’interpretazione è una ricostruzione delle intenzioni dell’autore (con una tecnica — Empathie o Hineinversetzung), e per Dilthey il problema è porre la comprensione sul piano di una scienza delle scienze umane, Gadamer sposta l’asse: comprendere è un modo di essere del soggetto che vive storicamente, è mediato dalla lingua e dalla tradizione, e perciò non è un’operazione metodica applicabile come un procedimento neutro.
Due conseguenze immediate:
Una delle tesi più controintuitive e spesso fraintese di Gadamer è la riabilitazione del pregiudizio (Vorurteil). Contrariamente alla posizione illuministica che intende il pre-giudizio solo come errore da eliminare, per Gadamer i nostri giudizi precedenti sono condizioni ineliminabili di ogni atto di comprensione: sono «pregiudizi» non sempre nocivi, bensì quei punti di partenza che rendono possibile l’interpretazione.
Questo non significa abbandonare la critica: Gadamer distingue tra pregiudizi vincolanti e pregiudizi produttivi e insiste sulla necessità di una phronēsis ermeneutica — una saggezza pratica che governi l’apertura critica verso ciò che la tradizione ci propone, senza pretendere di prescindere da sé. In termini pratici: interpretare non è sospendere il proprio orizzonte per ricreare “l’intento originale” come in uno specchio, ma intraprendere uno scambio fra orizzonti.
Gadamer recupera e riformula il circolo ermeneutico: ogni comprensione presuppone un precomprendere; ma questa circolarità non è viziosa se la si pensa come processo dinamico. Il risultato non è una regressione, ma un movimento in cui l’orizzonte dell’interprete e l’orizzonte del testo si incontrano e si riformano: la cosiddetta fusione degli orizzonti (Horizontverschmelzung).
Importante: la fusione non è una semplice media, né un annullamento degli orizzonti originari: è un evento interpretativo che produce nuove possibilità di senso, sempre storicamente situate. La verità, per Gadamer, è il prodotto di tale evento ermeneutico piuttosto che il frutto di procedure algoritmiche.
Per Gadamer il linguaggio non è uno strumento neutro dell’io che applica regole: la lingua parla — cioè costituisce il possibile campo dell’esperienza e del pensiero. Questo spostamento dà grande dignità alla dimensione dialogica e poetica dell’esperienza umana.
Nell’ambito estetico, Verità e metodo sviluppa una lettura dell’opera d’arte che rifiuta la riduzione a dato empirico: l’opera è un evento di senso che mette in gioco “gioco” (Spiel) e «esperienza estetica» come forme di apertura ermeneutica. L’arte non si lascia predeterminare da metodi: essa interpella il fruitore e lo trasforma.
Le critiche a Gadamer non sono marginali; sono anzi decisive per comprendere i limiti del suo progetto.
Nonostante le critiche, il pensiero gadameriano ha inciso profondamente su:
Inoltre la sua insistenza sulla lingua come medium dell’essere anticipa interessi contemporanei per la centralità del discorso nei processi di soggettivazione.
Per chi volesse proseguire criticamente il lavoro di Gadamer, alcune piste fertili sono:
Gadamer ha ri-intonato la filosofia della comprensione su corde che parlano ancora oggi: storicità, lingua, tradizione e dialogicità. La sua opera rimane un punto di riferimento imprescindibile per chi voglia pensare l’interpretazione come pratica esistenziale e non come tecnica neutra. Tuttavia, il suo ottimismo rispetto alla funzione benefica della tradizione e la riluttanza ad affidare alla ragione critica un ruolo normativo pieno lasciano aperti interrogativi teorici e politici cruciali: come garantire che la fusione degli orizzonti non riproduca ingiustizie? come conciliare fiducia ermeneutica e critica radicale?
Jacques Lacan 1901

Jacques Lacan è una figura complessa e controcorrente della cultura francese del Novecento: psichiatra, psicoanalista e teorico, la cui opera ha influenzato la clinica psicoanalitica, la filosofia, la letteratura e le scienze umane. Il suo lascito è insieme fecondo e controverso: molti lo considerano un riformatore radicale del pensiero freudiano, altri lo accusano di oscurità concettuale e di un uso improprio di termini e strumenti presi dalle scienze “dure”. Qui offro una ricostruzione ordinata e una valutazione critica delle sue idee principali, della pratica clinica e della ricezione.
Nato nel 1901, Lacan studiò medicina e si specializzò in psichiatria. La sua tesi del 1932 sulla “psicosi paranoica” e i primi contatti con il mondo psichiatrico e filosofico (Kojève, la cerchia strutturalista) segnarono una formazione interdisciplinare. Dagli anni ’30 in poi Lacan si confrontò profondamente con Freud, ma anche con la linguistica (Saussure), la strutturalismo antropologico (Lévi-Strauss) e la linguistica della comunicazione (Jakobson). Le lezioni e i seminari — tenuti dal 1953 al 1980 — costituirono il luogo principale in cui espose la sua teoria; la raccolta più nota dei suoi scritti è Écrits (1966), ma la sua opera è soprattutto orale e seminariale.
Instituzionalmente Lacan fu spesso in conflitto con le istituzioni psicoanalitiche ortodosse; questi conflitti lo portarono a fondare (nel 1964) l’École Freudienne de Paris. Le polemiche e le scissioni ne accentuarono la fama e la controversia.
Lacan rivendicò sempre un «ritorno a Freud»: non intese recuperare un Freud ingenuo, ma rileggerlo con strumenti nuovi. La tesi centrale che sintetizza il suo programma è nota e spesso citata: «l’inconscio è strutturato come un linguaggio». Con ciò Lacan non intendeva che l’inconscio sia soltanto linguaggio, ma che le forme con cui emerge (metafora, metonimia, soggettivazione attraverso il discorso dell’Altro) obbediscano a leggi strutturali analoghe a quelle che la linguistica mostra per il segno linguistico.
Due conseguenze cruciali:
il primato del significante: il soggetto è più impigliato nella catena dei significanti (la catena discorsiva che lo precede) che non nelle intenzioni coscienti che può esprimere;
l’attenzione alla struttura (non alla mera descrizione clinica): sintomi, lapsus, sogni vanno interpretati come effetti di una rete di significanti.
Questo approccio spostò l’asse della psicoanalisi dalla psicologia dell’Io (ego psychology) verso una teoria del linguaggio e della soggettività.
Una delle più famose articolazioni lacaniane è la tripartizione dello spazio psichico in tre registri, che funzionano come livelli analitici e concettuali:
L’Immaginario: campo delle immagini e delle identificazioni (qui si colloca il stade du miroir). È il registro in cui l’io si costituisce attraverso l’identificazione; è il regno delle illusioni di coerenza e delle relazioni speculari.
Il Simbolico: ordine del linguaggio, della legge e dei significanti. È il luogo delle leggi sociali, del Nome-del-Padre, delle proibizioni; qui il soggetto si soggettivizza perché viene nominato dalla catena dei significanti.
Il Reale: ciò che resiste alla simbolizzazione, l’impossibile da dire; non è “realtà” in senso comune ma ciò che non entra nella rete simbolica (traumi, lacune, pulsioni che non trovano rappresentazione).
Questa triplice mappa non è una classificazione statica ma uno strumento per leggere i fenomeni clinici: la nevrosi, la psicosi e la perversione si articolano come differenti rapporti a questi registri (la psicosi, ad esempio, è spesso letta come una forclusione simbolica).
Descrive l’identificazione primaria dell’infante con la propria immagine riflessa: riconoscendo la propria figura, il bambino costruisce un Io unitario che è in realtà una méconnaissance (falsa riconoscenza). Questo momento è decisivo per la formazione dell’io e per la nascita della tensione tra l’immagine coerente e la frammentarietà delle esperienze sensoriali.
Esempio semplice: il bimbo che si vede nello specchio e sorride alla persona che vede: sta stabilendo il proprio “io” immaginario, non la conoscenza reale di sé.
È un significante istituzionale che introduce la legge simbolica (divieto dell’incesto) e la mediazione culturale. Lacan lo usa per spiegare l’entrata del soggetto nell’ordine simbolico: la funzione paterna non è solo genealogica ma simbolica.
Oggetto causa del desiderio: non è un oggetto reale da raggiungere, ma ciò che, come mancanza, mantiene il desiderio in movimento. È la traccia di ciò che manca al soggetto per sentirsi intero.
Esempio: nei rapporti amorosi, spesso si desidera non la persona come tale ma qualcosa che quella persona sembra incarnare — la ricerca di quella “cosa” irriducibile è l’oggetto-a.
Termine difficile da rendere in italiano: indica una forma di godimento che può oltrepassare il principio di piacere e condurre a una sofferenza paradoxale (godimento oltre il limite). È collegato alla dimensione pulsionale che sfugge alla semplice regolazione simbolica.
Lacan riprende Saussure ma rovescia l’attenzione verso la catena del significante: il soggetto non è “soggetto di coscienza” ma soggetto dell’inconscio, prodotto della lingua.
Lacan criticò pratiche tecnicistiche e diluite: propose un ritorno a una tecnica rigorosa centrata sull’ascolto del linguaggio del paziente, sull’interpretazione come evidenziazione dei significanti e su interventi che mirano a produrre un effetto di soggettivazione. Elementi pratici:
Analisi del discorso: il focus non è solo sul contenuto, ma sulla forma del discorso — ripetizioni, scarti, metafore.
Sessione e tempo: esperimenti con la durata delle sedute (la famosa “sessione variabile”) miravano a far emergere nodi del desiderio; questo fu uno dei punti più criticati e mitizzati.
Posizione dell’analista: l’analista come soggetto diviso, che non fornisce interpretazioni consolatorie ma segnala i punti in cui il soggetto è catturato dalla sua storia simbolica.
Va detto: la verifica empirica dell’efficacia della tecnica lacaniana è problematica per motivi metodologici (difficile standardizzare le procedure, selezione dei casi, ecc.).
Negli anni successivi Lacan cercò di formalizzare i concetti psicoanalitici con notazioni (i cosiddetti mathemes) e, più tardi, con topologie (nodo borromeo, toro, Möbius) per rendere più rigorosa la teoria. Scopo dichiarato: dare una forma che eviti l’allegoria e permetta inferenza concettuale.
Critica metodologica: molti interpreti apprezzano lo sforzo di formalizzazione; altri notano che le “equazioni” e i riferimenti matematici sono spesso metaforici e non corrispondono a formalizzazioni rigorose usate nelle scienze esatte. È qui che nascono critiche come quelle di Sokal & Bricmont — che accusano Lacan di usare concetti matematici in modo improprio — e che fanno discutere la legittimità dello spostamento di linguaggi disciplinari.
Lacan ha lasciato una traccia enorme: in letteratura, teoria del cinema (es. gli studi sullo sguardo), critica culturale, studi di genere e studi post-strutturalisti (pensatori come Žižek ne hanno fatto ampio uso). In ambito clinico la sua scuola è viva, soprattutto in Francia e in poi in molti paesi latinoamericani.
Allo stesso tempo, la sua ricezione negli ambienti anglosassoni è più controversa: alcune scuole psicoanalitiche lo considerano teorico fondamentale; altre lo guardano con sospetto o lo rigettano per la scarsa verificabilità empirica.
Oscurità e stile: la scrittura lacaniana è deliberatamente densa e aforistica; questo ha alimentato l’accusa di incomprensibilità (critica che fu anche avanzata da Heidegger, citato spesso in polemica). È legittimo chiedersi quanto l’opacità sia strategica (per preservare la complessità del clinico) e quanto costituisca un limite comunicativo.
Ingenuità matematico-scientifica: Lacan impiegò topologie e simboli matematici in modo a volte metaforico; per scienziati ciò può apparire come travisamento dello statuto epistemico della matematica. La critica di Sokal & Bricmont mette in luce il problema dell’uso di linguaggi specialistici fuori contesto.
Falsificabilità e metodo: le teorie lacaniane sono difficilmente sottoponibili a test empirici standard; questo riduce la loro compatibilità con criteri di validazione tipici delle scienze sperimentali.
Questioni etiche e istituzionali: la gestione del potere istituzionale, le pratiche della scuola e i rapporti con le istituzioni psicoanalitiche hanno suscitato polemiche non solo teoriche ma pratiche.
Critiche femministe e postcoloniali: alcuni autori contestano interpretazioni lacaniane (es. concetto di fallo, Nome-del-Padre) come centrate su metafore patriarcali; altri invece rilavorano il corpus lacaniano per criticare proprio il patriarcato.
Nonostante le critiche, Lacan ha prodotto elementi teorici di grande valore:
ha restituito centralità al linguaggio nell’analisi della soggettività;
ha fornito categorie concettuali utili per leggere fenomeni culturali e testuali;
la nozione di desiderio come strutturata dalla mancanza e dalla catena simbolica ha permesso interpretazioni profonde della formazione soggettiva;
il suo invito alla lettura stretta dei testi freudiani ha riattivato la discussione teorica dentro la psicoanalisi.
In termini clinici, molti analisti lacaniani riportano risultati soddisfacenti e una pratica coerente con una teoria che privilegia il discorso e la soggettivazione.
Jacques Lacan resta una figura di frontiera: teorico che ha rotto con molte consolazioni della psicoanalisi istituzionalizzata e ha aperto l’orizzonte del dialogo con linguistica, filosofia e teoria critica. La sua forza sta nella capacità di produrre categorie che orientano letture produttive del soggetto moderno; la sua debolezza è la difficoltà — voluta o no — di trasformare queste categorie in un linguaggio condivisibile e verificabile secondo criteri scientifici tradizionali.
Per il lettore e il clinico attenti, Lacan offre strumenti interpretativi profondi ma esige rigore ermeneutico: le sue metafore e i suoi mathemes vanno usati con cautela, tenendo distinti i registri della poesia teorica e della giustificazione empirica.
Dalle opere di Lacan
Écrits (1966) — scelta di testi fondamentali (introduzione a molte formule).
I Seminars (in particolare Seminar XI, The Four Fundamental Concepts of Psychoanalysis; Seminar VII, The Ethics of Psychoanalysis).
Introduzioni e letture critiche
Alain Badiou, Slavoj Žižek (usano Lacan criticamente e creativamente).
Élisabeth Roudinesco, storica della psicoanalisi francese (per una storia critica e documentata).
Alan Sokal & Jean Bricmont, Impostures intellectuelles (critica alla retorica scientifica in testi umanistici, con riferimenti a Lacan).
Lacan è un autore che non si presta a giudizi sommari: è insieme fonte di ispirazione e di controversia. Chi lo approccia guadagna un lessico teorico potente per pensare il soggetto, il linguaggio e il desiderio — ma deve anche saper navigare tra metafora, formalizzazione e pratica clinica con senso critico, distinguendo il valore heuristico dalle pretese di rigore scientifico.
Karl Popper 1902

Sintesi. Karl Raimund Popper (Vienna 1902 – Croydon 1994) è uno dei filosofi della scienza più influenti del Novecento: ha scalzato il modello induttivista classico proponendo al suo posto un metodo basato su congetture e confutazioni, identificando la falsificabilità come criterio di demarcazione tra scienza e non-scienza. Le sue idee hanno avuto ricadute non solo epistemologiche ma anche politiche (critica allo storicismo; difesa della «società aperta»).
Nato a Vienna nel 1902, Popper si formò nella vivace scena filosofia-psicologia europea degli anni Venti e Trenta; dopo l’annessione nazista lasciò l’Europa per la Nuova Zelanda, insegnando a Christchurch, e in seguito (su invito di F. A. von Hayek) si stabilì alla London School of Economics, dove sviluppò buona parte delle sue idee classiche. Ricevette importanti riconoscimenti internazionali (tra cui la nomina a Knight Bachelor nel 1965) e mantenne una posizione pubblica attiva fino agli anni finali della vita.
La svolta popperiana parte da una critica radicale all’induzione: osservazioni singolari non possono logicamente giustificare asserzioni universali. Popper propone quindi che la scienza proceda non per verificazioni, ma per congetture (ipotesi bold) e per tentativi critici di confutazione. La caratteristica delle teorie scientifiche non è la verificabilità empirica, bensì la falsificabilità: una teoria è scientifica se ammette test che, in caso contrario, la smentirebbero. Questo sposta l’attenzione dal «provare» al «sottoporre a rischio», e introduce la nozione di corroborazione — cioè di quanto una teoria abbia superato severe prove pur restando, per Popper, sempre fallibile.
Per Popper lo schema tipico è ipotetico-deduttivo: da ipotesi si deducono conseguenze empiriche che possono essere testate. Il superamento di molteplici severe critiche non «dimostra» in modo definitivo la verità, ma accresce la corroborazione della teoria. Popper tentò inoltre di concettualizzare la verosimiglianza (truthlikeness) come criterio per spiegare il progresso scientifico: le teorie migliori sono quelle che, pur essendo false, si avvicinano di più alla verità. Su questo terreno — specie nella formulazione tecnica del concetto — Popper incontrò difficoltà formali che impegnarono i filosofi successivi.
Popper definì la sua posizione razionalismo critico: l’ordine epistemico va costruito su congetture problematiche e sulla severa critica collettiva piuttosto che su giustificazioni ultime. In opere posteriori (ad es. Objective Knowledge) sviluppò un quadro in cui la conoscenza è vista in continuità con processi evolutivi: teorie, come organismi, si selezionano e sopravvivono (o muoiono) in un ambiente critico. Popper teorizzò inoltre una distinzione triadica della realtà (mondo 1 delle cose, mondo 2 delle esperienze, mondo 3 dei prodotti del pensiero oggettivato), che lo portò ben oltre una semplice teoria della conferma.
Le implicazioni normative del suo epistemologismo sono evidenti nelle opere politiche: nella Povertà dello storicismo Popper attacca le pretese predittive delle dottrine storiciste (Marx in testa) che sostengono la possibilità di leggi storiche capaci di prevedere il corso della storia. In The Open Society and Its Enemies estende l’antidogmatismo epistemico a difesa della democrazia liberale, della critica sociale permanente e dell’«ingegneria sociale a pezzi» come alternativa ai grandi progetti totalizzanti. Qui la sua filosofia della scienza diventa strumento di teoria politica.
La ricezione di Popper non è stata priva di obiezioni; tra le principali:
Queste critiche mostrano che la proposta popperiana è più persuasiva come idealizzazione normativa del metodo scientifico (come dovrebbero procedere gli scienziati in condizioni ideali di critica severa) che come descrizione storicamente accurata dei processi reali di scoperta scientifica.
Popper ha messo a fuoco problemi fondamentali (demarcazione, fallibilità, ruolo della critica) e ha fornito strumenti concettuali che ancora orientano discussioni epistemologiche, pratiche di peer review e valutazioni metodologiche. Il suo insistere sulla fallibilità ha un valore metodologico e civico: promuove il pluralismo teorico e la pratica critica continua. Al tempo stesso, la filosofia della scienza contemporanea ha preso distanza da versioni troppo normative e semplicistiche della sua visione, integrando elementi storici, sociologici e logici che Popper aveva in parte trascurato o semplificato.
Opere di Popper (selezione):
Critiche e contesti utili:
Oswald Spengler 1880 Oswald Spengler è stato un filosofo, storico e teorico tedesco, noto principalmente per il suo lavoro "Der Unterga...