Emanuele Severino 1929

Emanuele Severino 1929


Nel 2002 pubblica La speranza, definendo questa virtù "la più importante per la vita".
Ralf Gustav Dahrendorf 1929

Ralf Gustav Dahrendorf, Barone Dahrendorf (Amburgo, 1º maggio 1929 – Colonia, 17 giugno 2009), è stato un sociologo, politologo e politico tedesco naturalizzato britannico.Di ispirazione liberale, Dahrendorf appartiene al filone della prospettiva del conflitto, e più precisamente ai teorici analitici di stampo weberiano.
Dal 1969 al 1970 è stato membro del parlamento tedesco per il Partito Liberale Democratico e Segretario di stato nel Ministero degli esteri tedesco. Nel 1970 è divenuto membro della Commissione europea a Bruxelles, da cui si dimise nel 1974.Dal 1974 al 1984 è stato direttore della London School of Economics e, dal 1987 al 1997, Warden (l'equivalente del CEO o dell'amministratore delegato per una università) del St. Antony College all'Università di Oxford.Avendo adottato la cittadinanza britannica nel 1988, nel 1993 è stato nominato Lord a vita dalla regina Elisabetta II con il titolo di "Baron Dahrendorf of Clare Market in the City of Westminster".È stato primo patron dell'Internazionale liberale.I filoni della sua analisi sono essenzialmente due: le teorie della società e i fattori del conflitto.Egli sostiene che la tendenza al conflitto è insita nel sistema, nel quale coesistono gruppi con e senza potere, che perseguono interessi diversi.Molto forte in Dahrendorf è il concetto di "potere", che egli definisce, sulla scia di Max Weber, come la capacità di far fare agli altri quello che si vuole, cioè di farsi obbedire. Il potere determina la struttura sociale, anche in maniera coercitiva.Le "norme" - altro concetto chiave - sono stabilite e mantenute dal potere, e servono a tutelare degli interessi. Sono quindi funzionali agli interessi del potere e non frutto del consenso sociale. Una prova di ciò è nel fatto che a tutela delle norme sono previste delle sanzioni.Le norme, sostenute dal potere, definiscono i criteri di desiderabilità sociale, cioè le cose (valori, status, ambizioni, etc.) che sono generalmente desiderate dalla collettività. Questo contribuisce a stabilire un ordine gerarchico di status sociali. Le norme creano anche discriminazione verso chi non vi si conforma.Un altro concetto importante è quello di "autorità", in rapporto a quello di potere: l'autorità è l'esercizio del potere, ma con legittimità ed entro certi limiti. Per capire meglio si può far un esempio: un'università ha l'autorità sufficiente per chiedere la retta annuale ai propri iscritti, ma non, ad esempio, per estorcere prestazioni personali di altro tipo. Un ladro, invece, ha il potere di estorcere denaro, ma non l'autorità.Dahrendorf sostiene che la divisione in classi è determinata dal possesso o meno di autorità: il conflitto (di classe) coinvolge solo due parti, e l'autorità è ciò che le separa.Per quanto riguarda la mobilitazione e la protesta sociale, Dahrendorf, afferma che sono necessari quattro tipi di requisiti perché questa abbia luogo: tecnici (un fondatore, un'ideologia o uno statuto); politici (uno stato liberale, a differenza di uno autoritario, favorisce la protesta); sociali (la concentrazione geografica dei membri del gruppo, la facilità di comunicazione ed il reclutamento simile); psicologici (gli interessi da difendere devono apparire reali).Il conflitto sarà caratterizzato dal livello di violenza (il "tipo di armi", anche in senso metaforico, usato) e intensità, intesa come livello di dispendio di energie nella lotta.Il conflitto avviene tra chi dà e chi riceve ordini. Nello stato vi è una classe dirigente e una burocrazia composta di individui che contribuiscono a far sì che gli ordini del vertice siano rispettati da tutti. La presenza di questa burocrazia allarga la base del consenso. Vi è anche un conflitto tra governo e industria.
Richard Rorty (1931–2007)
Immagina la filosofia come una grande sala da pranzo. Per secoli molti pensatori hanno cercato “la ricetta perfetta” — la Verità con la V maiuscola — capace di valere sempre e per chiunque. Richard Rorty entra in quella sala, si siede, ascolta, e poi propone un cambio di menu: smettiamo di cercare la ricetta definitiva e impariamo, invece, a cucinare meglio insieme. La filosofia, dice, non deve essere il giudice supremo che misura tutto, ma una forma di conversazione creativa che aiuta le persone a capirsi e a vivere con più giustizia.
Rorty nasce a New York nel 1931, in una famiglia di intellettuali progressisti. Studia prestissimo (entra all’università da giovanissimo), si forma nella tradizione analitica americana, poi insegna a lungo a Princeton. Negli anni Ottanta si sposta verso le humanities a Virginia e quindi a Stanford, segno visibile della sua “traversata”: da specialista del linguaggio e della logica a pensatore pubblico che dialoga con letteratura, politica e cultura. Non cambia mestiere: allarga l’officina.
La tesi centrale che lo rende famoso è un addio. Rorty saluta l’idea che la conoscenza sia uno “specchio” che riflette la realtà così com’è. Non esiste un punto d’osservazione neutro fuori dal linguaggio, fuori dalla storia, fuori dalle pratiche umane. Esistono, invece, usi del linguaggio più o meno utili a risolvere problemi, a coordinare azioni, a ridurre la sofferenza.
Per dirla semplice: non ci sono “fondamenta” ultime su cui costruire tutto (questo è il suo anti-fondazionalismo). Ci sono strumenti che funzionano meglio o peggio in contesti concreti. La filosofia, allora, somiglia meno all’architettura di un palazzo perfetto e più a una cassetta degli attrezzi.
Quando chiediamo “che cos’è vero?”, Rorty sposta l’attenzione da un cielo di idee eterne alla pratica di una comunità che decide cosa accettare come buone ragioni. Non propone cinismo né “tutto è uguale”: propone una responsabilità linguistica. Una tesi è “vera” se regge nella prova degli scambi argomentativi tra pari, se aiuta a prevedere, curare, cooperare, includere. La posta in gioco non è un certificato metafisico, ma la vita che ci costruiamo insieme.
Da qui il suo motto politico: meno ossessioni sull’“oggettività ultima”, più impegno per allargare la cerchia della solidarietà. Non dobbiamo scoprire un’essenza comune nascosta in tutti; dobbiamo raccontarci storie migliori per riconoscere gli altri come simili a noi, degni di rispetto e protezione.
Rorty ama parole come contingenza e redescription (ri-descrizione). “Contingente” significa: avrebbe potuto andare diversamente. Anche il nostro vocabolario finale — quell’insieme di parole con cui, alla fine, giustifichiamo noi stessi (“libertà”, “dignità”, “progresso”, “sacro”, “scientifico”) — non è scolpito nella roccia. È il risultato di storie, incontri, traumi, letture. Cambiando il modo di parlare, cambiamo noi stessi.
Esempio. Pensa alla parola “malattia mentale” rispetto a “sofferenza psichica”. La prima può spingere verso protocolli medici e istituzioni; la seconda apre più spazio a narrazioni personali e diritti. Nessuna delle due cattura “l’essenza” una volta per tutte; ciascuna orienta azioni diverse. Per Rorty, il lavoro etico e politico è spesso un lavoro di riconio del vocabolario.
In Contingenza, ironia e solidarietà Rorty disegna il profilo del liberale ironico:
Questa combinazione non porta al relativismo indifferente; porta a un’etica della cura e della prudenza: difendo con forza i diritti, ma senza trasformare le mie parole in idoli. Combatto per la libertà di stampa non perché “lo dice la Natura”, ma perché la storia mostra che dove si può parlare, si soffre meno e si correggono meglio gli errori.
Rorty non sminuisce la scienza: ne ammira la capacità di risolvere problemi e di coordinare pratiche complesse. Semplicemente le toglie il pedestallo metafisico. Gli scienziati non possiedono una finestra privilegiata sull’essere; possiedono metodi efficaci per fare cose affidabili nel mondo. Questo basta — ed è già moltissimo.
Esempio. Dire che l’elettrone è “reale” non aggiunge nulla di pratico al linguaggio della fisica che ci permette di costruire circuiti, risonanze magnetiche, satelliti. Quel linguaggio funziona: per Rorty è il suo vero titolo di nobiltà.
Rorty distingue tra due stili:
Lui sceglie la seconda. Non perché l’ordine sia inutile, ma perché, dice, nelle epoche di cambiamento abbiamo più bisogno di immaginazione che di dogmi.
In politica Rorty resta un riformista di sinistra. Invita la cultura progressista a parlare in modo persuasivo a chi lavora, a chi sta ai margini, evitando toni di superiorità. Quando le élite smettono di offrire speranze concrete (salari, scuole, sanità, dignità del lavoro), si apre la strada ai demagoghi. La soluzione non è “avere l’argomento ultimo”, ma ricostruire fiducia attraverso linguaggi, progetti e istituzioni che mantengano promesse.
Richard Rorty ci lascia un’eredità sobria e coraggiosa: meno ansia di fondare, più cura nel conversare. Non promette un’ultima parola; ci invita a cercare parole migliori, quelle che — qui e ora — aiutano più persone a vivere una vita decente. E questo, per lui, è già un risultato filosofico all’altezza delle grandi ambizioni umane.
Gianteresio Vattimo 1936

Luciano Pellicani 1939

David Kellogg Lewis (1941–2001)

David K. Lewis è stato un filosofo americano che ha rivoluzionato la metafisica e la filosofia del linguaggio negli anni Settanta–Ottanta. Se c’è una parola che ricorre, parlando di Lewis, è possibilità: la sua ambizione non era soltanto spiegare il mondo in cui viviamo ma anche offrire una teoria rigorosa e ricca di senso per parlare di altri mondi possibili, cioè per rendere teoricamente intelligibili frasi come “Potevo venire” o “Se Napoleone avesse vinto…”.
Le sue opere più note includono Convention (sulla natura delle convenzioni linguistiche e sociali), Counterfactuals (sulla logica e la semantica delle proposizioni controfattuali) e soprattutto On the Plurality of Worlds (dove espone la sua famosa dottrina del modal realism — i mondi possibili come realtà concrete).
Immagina un corridoio con infinite porte: ciascuna porta conduce a una versione diversa della realtà in cui le cose sono andate in modo leggermente o molto diverso. Per Lewis, queste «stanze» non sono mere astrazioni, comodi strumenti di linguaggio o modelli matematici: sono realtà concrete, complete e autonome. Il nostro mondo è semplicemente uno di quei mondi, quello in cui capitano queste specifiche combinazioni di fatti. Gli altri mondi non sono copie fittizie: sono tanto "reali" quanto il nostro, ma non sono collegati causalmente a noi.
Questa è una tesi radicale e intuitivamente strana: sembra moltiplicare l’essere in modo spropositato. Lewis la propone perché, a suo avviso, essa semplifica enormemente molte teorie filosofiche: anziché introdurre una nozione primitiva e oscillante di possibilità, si spiega il linguaggio modale (potere, dovere, possibilità) semplicemente parlando di cosa è vero nei mondi vicini o simili al nostro.
Un problema concreto: cosa vuol dire dire “Alice poteva essere una pianista”? Non è realistico pensare che la stessa Alice esista letteralmente in due mondi diversi. Lewis propone quindi la teoria dei counterparts: quando diciamo che Alice avrebbe potuto suonare il pianoforte, diciamo che in alcuni mondi esistono individui molto simili ad Alice (i suoi “counterparts”) che suonano il pianoforte. Non è identità numerica attraverso mondi (che crea paradossi), ma somiglianza relazionale.
Esempio narrativo: pensa a una serie di fotogrammi di vite alternative; in ogni fotogramma c’è una persona che ricorda Alice: stessa altezza, stessi interessi, ma differenze minori. Quando parliamo di possibilità rispetto ad Alice, stiamo riferendoci a ciò che succede a uno di questi fotogrammi “correlato” a lei.
Una delle grandi conquiste di Lewis è la teoria semantica dei controfattuali (frasi del tipo “Se X fosse accaduto, allora Y sarebbe accaduto”). Più che scartare la grammatica comune, Lewis la formalizza e la commenta con precisione.
Lewis rende questo intuibile con esempi: la frase “Se quella fiammella fosse caduta sull’erba secca, la siepe sarebbe bruciata” è vera perché nei mondi più vicini in cui la fiammella cade, la siepe prende fuoco, mentre nelle varianti più lontane e improbabili (miracoli che impediscono la combustione) la situazione cambia ed esse non contano nella valutazione.
Cosa decide la somiglianza? Lewis propone regole di priorità: preservare leggi naturali ha peso maggiore che preservare particolari accidentali; si preferisce meno “miracoli” e mantenere ordine causale, salvo che ciò richieda enormi variazioni in altri aspetti.
Lewis non si è occupato solo di mondi possibili; è stato anche un pensatore fondamentale su linguaggio, convenzione e significato. Nel suo Convention: A Philosophical Study (1969) l’idea è brillante nella sua semplicità: le convenzioni (p. es. “si guida a destra”) sono soluzioni stabili e coordinative a problemi di interazione sociale. Non sono solo regole arbitrali: sono risposte alle difficoltà pratiche del coordinamento.
Nel linguaggio, Lewis ha sviluppato teorie che spiegano come le parole acquisiscano il loro significato attraverso pratiche condivise, segnali e aspettative reciproche. La sua impostazione è al crocevia tra semantica formale e teoria dei giochi: significato come equilibrio convenzionale che emerge da scelte strategiche ripetute.
Per rendere tutto più vivido, ecco alcuni esempi pratici:
Counterfactual familiare: “Se ieri avessi preso l’autobus, sarei arrivato in orario.” Lewis direbbe: considera i mondi più simili al nostro in cui la mia scelta è diversa; se in quelli la conseguenza (arrivare in orario) si verifica, allora la frase è vera.
Modal realism in fiction: quando leggi un romanzo di alternative storiche (es. “E se l’Asse avesse vinto la guerra?”), Lewis suggerisce che queste storie descrivono mondi che, nella sua teoria, sarebbero concreti tanto quanto il nostro.
Convezione linguistica: il fatto che in Italia si usi la parola “ciao” come saluto è una convenzione: nessuna legge naturale lo impone, ma è la soluzione condivisa a un problema di identificazione e cortesia.
La reazione più immediata a Lewis è stata: «Ma così moltiplichi l’esistenza!» Molti filosofi l’hanno accusato di eccesso ontologico, ossia di introdurre troppi enti inutili. Lewis rispondeva che la misura di una teoria non è solo quanti enti sommati conta, ma quanto la teoria semplifica e unifica la nostra comprensione. Se l’ipotesi dei mondi possibili permette di spiegare molte cose con poche regole uniformi (counterfactuals, modali, significato), allora è giustificata.
Un'altra obiezione riguarda l’intuizione morale o emotiva: molti trovano inquietante che i mondi si moltiplichino così senza criterio. Lewis, consapevole della stranezza, fu esplicitamente “provocatorio”: la sua ambizione era rendere l’analisi filosofica più potente e meno incline all’appello a nozioni oscure e primitive.
Le idee di Lewis sono diventate strumenti standard in molte discipline. La semantica dei controfattuali è fondamentale in filosofia della scienza, in teorie causali (anche in statistica e machine learning si ragiona spesso in termini di "mondi alternativi" o simulazioni), e il concetto di mondi possibili è ormai parte del vocabolario di filosofi, linguisti e teorici della letteratura. Anche se il “modal realism” completo non è l’opzione preferita di tutti, la sua chiave interpretativa ha aperto prospettive e metodologie nuove: ha costretto filosofi e linguisti a parlare con maggiore chiarezza di possibilità, condizioni ipotetiche e significato.
Immagina di essere su una panchina, a guardare il fiume della vita che scorre. Lewis ti invita a immaginare tutte le sponde possibili: non come metafore vuote, ma come rive reali in cui gli eventi si svolgono in modo differente. È una visione che allarga l’orizzonte del possibile e, paradossalmente, ci offre uno strumento più saldo per parlare del mondo in cui viviamo. Che si accetti l’intera architettura ontologica di Lewis o che la si respinga come eccessiva, non si può negare che la sua filosofia ci abbia dato una lingua nuova per formulare domande antiche — sul “poteva essere” e sul “se fosse stato”.
Giorgio Agamben 1942

Giorgio Agamben (nato nel 1942) - Giorgio Agamben è un filosofo italiano nato il 22 aprile 1942 a Roma, Italia. È noto per il suo lavoro sulla filosofia politica, la teoria dello stato d'eccezione, la biopolitica e una vasta gamma di temi legati alla filosofia contemporanea. Il suo pensiero è complesso e interdisciplinare, attingendo a influenze dalla filosofia, dalla teoria politica, dalla teologia e dalla critica letteraria.
Alcuni dei concetti e delle opere più riconosciuti di Giorgio Agamben includono:
Stato d'eccezione: Agamben ha sviluppato la teoria dello "stato d'eccezione", sostenendo che lo stato moderno tende a perpetuare uno stato di emergenza in cui i diritti civili e le libertà possono essere sospesi. Questa teoria ha avuto un impatto significativo sulla comprensione dei governi contemporanei.
Biopolitica: Agamben ha esplorato il concetto di biopolitica, concentrandosi sulla gestione del potere statale sulla vita umana stessa. Ha analizzato come il potere governativo regoli questioni come la nascita, la morte e il controllo della popolazione.
Homo Sacer: Il libro "Homo Sacer: Il potere sovrano e la vita nuda" è uno dei lavori più influenti di Agamben. In esso, affronta la nozione dell'"homo sacer", una figura giuridica romana che non può essere uccisa né sacrificata, ma può essere eliminata impunemente. Questo concetto viene applicato alla modernità per analizzare il potere sovrano e il rapporto tra vita e politica.
Studi su filosofi e autori: Agamben ha scritto ampiamente su filosofi come Martin Heidegger, Walter Benjamin, Michel Foucault e Carl Schmitt, oltre a riflettere su opere letterarie, teologiche e filosofiche.
Giorgio Agamben è stato una figura centrale nella filosofia contemporanea e ha influenzato profondamente il dibattito intellettuale in tutto il mondo. Le sue opere sono state tradotte in numerose lingue e la sua erudizione interdisciplinare gli ha permesso di esplorare in modo originale questioni fondamentali sulla politica, la storia e la natura umana.
Costanzo Preve 1943

Costanzo Preve (Valenza, 14 aprile 1943 – Torino, 23 novembre 2013) è stato un filosofo, saggista, insegnante e politologo italiano. Di ispirazione marxiana ed hegeliana, Preve ha scritto numerosi volumi e saggi di argomento filosofico, pubblicati in Italia e all'estero. Il padre, che al momento della nascita di Costanzo è mobilitato, lavora come funzionario delle Ferrovie dello Stato mentre la madre, casalinga, proviene da una famiglia ortodossa di origine armena. Viene cresciuto dalla nonna materna in lingua francese, e attraverso di lei inizia a conoscere la cultura e la lingua greca; come vedremo, entrambe queste circostanze avranno un grande rilievo nella vita di Preve. Personalmente non è credente, pur riconoscendo l'importanza del fenomeno religioso. Studia a Torino, dove conseguirà la maturità classica nel 1962; durante i mesi estivi lavora in campagna nel Regno Unito. Dietro pressioni del padre, nel 1962 si iscrive alla facoltà di giurisprudenza dell'Università di Torino. Verificando il suo totale disinteresse per gli studi giuridici, nel 1963 decide di passare alla facoltà di Scienze politiche, che però non frequenterà mai; nel giugno 1967 ne conseguirà ugualmente la laurea, discutendo con il professor Alessandro Galante Garrone una tesi sui "Temi delle elezioni politiche italiane del 18 aprile 1948". Sempre nel 1963 vince per concorso una borsa di studio all'Università di Parigi, dove si reca con il proposito di condurre studi filosofici; qui seguirà i corsi su Hegel tenuti da Jean Hyppolite, frequenterà i seminari di Louis Althusser e Jean-Paul Sartre, e sotto la guida di Roger Garaudy e di Gilbert Mury, si avvicinerà a Karl Marx. A Parigi segue soprattutto corsi di filosofia greca classica e di germanistica, e nel 1964 grazie ad una borsa di studio si reca per un semestre invernale alla Freie Universität di Berlino. Nel 1965 passa dal dipartimento di germanistica a quello di neoellenistica, e vince una borsa di studio per recarsi ad Atene; all'Università di Atene studia greco classico con Panagis Lekatsas e storia contemporanea con Nikos Psyroukhis, che esercitano su di lui un grande ascendente. Qui prepara una tesi di laurea in greco moderno sul tema: "L'illuminismo greco e le sue tendenze radicali e rivoluzionarie. Etnogenesi della nazione greca moderna fra Settecento e Ottocento. Il problema della discontinuità con la grecità classica e con la grecità bizantina”. Poliglotta dagli anni dell'università, e fermo sostenitore della lettura dei testi filosofici nella lingua originale, egli apprenderà inglese, portoghese, francese, tedesco, spagnolo, russo, greco antico e moderno, arabo, ebraico, e latino. Nel 1967 ritorna a Torino e si sposa l'anno seguente; nello stesso 1968 consegue per concorso l'abilitazione all'insegnamento liceale di lingua e letteratura francese e di storia della filosofia mentre nel 1970 vince il concorso nazionale di ordinariato per l'insegnamento della filosofia e della storia nei licei. Insegnante dal 1967 fino alla pensione del 2002, per due anni (1967-69) insegna francese e inglese, mentre per trentatré anni (1969-2002) è docente di storia e filosofia al V Liceo Scientifico di Torino (oggi Liceo Alessandro Volta). Trascorre gli anni che vanno dal 1967 al 1978 in un'intensa attività politica, aderendo dal 1973 al 1975 al PCI per poi militare in vari gruppi della sinistra extraparlamentare; in questi anni, l'attività filosofica di Preve è incentrata nel tentativo di conciliare esistenzialmente il comunismo, il marxismo e la filosofia. Nel 1978 Gianfranco La Grassa, Maria Turchetto ed Augusto Illuminati lo invitano a varie collaborazioni; con essi fonderà nel 1982 il CSMS (Centro Studi di Materialismo Storico) di Milano, del quale redigerà inoltre il manifesto programmatico. In questo contesto, e per finanziamento di questo centro, esce il suo primo volume indipendente (cfr. La filosofia imperfetta, Franco Angeli, Milano 1984). Questo testo testimonia la sua adesione di massima alla proposta filosofica dell'Ontologia dell'essere sociale dell'ultimo Lukács, ed anche, indirettamente, il suo distacco definitivo dalla scuola di Louis Althusser. Insieme con Franco Volpi, Maria Turchetto, Augusto Illuminati, Fabio Cioffi, Amedeo Vigorelli, ed altri fonda nel 1980 a Milano la rivista di dibattito “Metamorfosi”, che pubblicherà sedici numeri di tipo monografico per tutti gli anni ottanta. In quasi tutti i fascicoli vi sono suoi contributi, che spaziano da un esame dell'operaismo italiano da Panzieri a Tronti e Negri, all'analisi del marxismo dissidente nei paesi socialisti, alla discussione sulla filosofia di Lukács, alla critica delle ideologie del progresso storico, all'indagine sullo statuto filosofico della critica marxiana dell'economia politica. Nel 1983 contribuisce ad organizzare, insieme con Emilio Agazzi, un congresso internazionale dedicato al centenario della morte di Marx (Milano, dicembre 1983), e vi svolge una relazione sulle categorie modali di necessità e di possibilità in Marx. Da quest'esperienza nasce una rivista chiamata “Marx 101”, che uscirà nei due decenni successivi in due serie di numeri monografici e di cui Preve sarà membro del comitato di redazione. Per tutti gli anni ottanta collabora al mensile teorico “Democrazia Proletaria”, organo dell'omonimo partito (1976-1991), che poi diverrà insieme con i fuoriusciti dal PCI la seconda componente politica e militante del PRC (Partito della Rifondazione Comunista). Sarà iscritto a DP soltanto per un breve periodo (1988-1991), facendo parte della direzione nazionale; nella battaglia politica fra i sostenitori di una scelta ecologista (Mario Capanna) e neocomunista, Preve sostiene la seconda con una serie di articoli. Nel 1991, quando le componenti di Democrazia Proletaria e dell'Associazione Culturale Marxista confluiscono nel Partito della Rifondazione Comunista, Preve abbandona la militanza politica diretta. Fra il 1989 ed il 1994, con la pubblicazione di otto volumi consecutivi usciti presso l'editore Vangelista di Milano, Preve affronta il suo “ultimo tentativo personale di coerentizzazione di un paradigma filosofico marxista globale”. A partire dalla seconda metà degli anni novanta si verifica infatti una discontinuità nella sua produzione; Preve opta per l'abbandono di ogni “ismo” di riferimento, uscendo del tutto “dalla cosiddetta Sinistra” e dalle sue procedure di “accoglimento e cooptazione”. Ritenendo che la globalizzazione nata dall'implosione dell'Unione Sovietica non si lasci più “interrogare” attraverso le categorie di Destra e di Sinistra, ma richieda altre categorie interpretative, Preve diviene inoltre un convinto sostenitore della necessità di superare la dicotomia sinistra-destra. Questa posizione, condivisa da alcuni intellettuali e movimenti internazionali, è stata criticata da molti, tra cui lo scrittore Valerio Evangelisti, che ne ha sottolineato l'ambiguità ideologica. Autore e saggista molto prolifico, ha dedicato le sue ultime riflessioni a temi come il comunitarismo, la geopolitica, l'universalismo, la questione nazionale, oltre ovviamente ad un'ininterrotta attenzione al rapporto marxismo-filosofia. Muore a Torino il 23 novembre 2013 per un male incurabile; il Consiglio Comunale di Torino lo ha omaggiato sottolineando il ruolo di Preve e l'importante stimolo al dibattito culturale e politico da lui sviluppato, rilevante per la crescita politica collettiva in Italia.
Massimo Cacciari 1944

Giulio Giorello 1945

Stefano Zecchi 1945

Giacomo Marramao 1946


Adriana Cavarero è una filosofa italiana nata il 17 novembre 1947 a Bra, in Italia. È conosciuta per il suo lavoro in diverse aree della filosofia, tra cui la filosofia politica, la filosofia femminista, la filosofia dell'identità e la filosofia della voce. Cavarero è stata una delle voci più influenti nella riflessione filosofica contemporanea sull'identità personale, la soggettività e la narrazione.
Ecco alcuni dei concetti e dei contributi più noti di Adriana Cavarero:
Voce e Narrazione: Cavarero è famosa per il suo lavoro sulla voce e la narrazione, in particolare nel suo libro "For More than One Voice" (1995). In questo testo, analizza il ruolo della voce nel costituire l'identità e la relazione con gli altri. La voce è vista come un'indicazione della nostra unicità e del nostro legame con il mondo.
Filosofia Politica: Cavarero ha anche contribuito alla filosofia politica, esplorando questioni di giustizia, pluralismo e cittadinanza. Il suo libro "Tu che mi guardi, tu che mi racconti" (2000) analizza la politica della testimonianza e il ruolo delle storie personali nella sfera pubblica.
Filosofia Femminista: Cavarero è una figura importante nella filosofia femminista italiana. Ha scritto sull'importanza di una filosofia che tenga conto delle esperienze delle donne e delle questioni di genere.
Hannah Arendt: Cavarero ha studiato e scritto ampiamente sull'opera di Hannah Arendt, una filosofa politica e teorica sociale del XX secolo. La sua interpretazione delle opere di Arendt ha avuto un impatto significativo sulla comprensione della teoria politica di questa autrice.
Identità e Differenza: La riflessione di Cavarero si è concentrata sulla questione dell'identità personale, dell'alterità e della differenza. Ha esplorato come la voce, la narrazione e l'ascolto possano contribuire a definire chi siamo e come ci rapportiamo agli altri.Adriana Cavarero è una figura chiave nella filosofia contemporanea e ha influenzato una vasta gamma di campi, tra cui la filosofia, la teoria politica, la filosofia femminista e la teoria della narrativa. Il suo lavoro ha aperto nuove prospettive sulla natura umana e sulle dinamiche delle relazioni umane.
Hans-Georg Gadamer 1900 Hans-Georg Gadamer la riabilitazione del “pregiudizio” 1. Qualche dato introduttivo e collocazione filosofica H...