sabato 28 febbraio 2026

Corso di storia della filosofia: Severino 1929

Emanuele Severino 1929

Emanuele Severino è un filosofo italiano nato il 26 febbraio 1929 a Brescia, Italia. È noto per le sue importanti riflessioni sulla filosofia dell'essere e della storia. Tra i concetti chiave del suo pensiero vi è la nozione di "eternità" e la sua critica all'idea tradizionale di temporalità.Uno dei lavori più noti di Severino è il libro "La struttura originaria" pubblicato nel 1966, in cui sostiene che l'essere è eterno e immutabile, contrariamente all'idea tradizionale di un mondo in costante cambiamento e divenire. Questo concetto di eternità non si riferisce a una sorta di eternità trascendente, ma piuttosto a un'eternità che è presente in ogni momento dell'esperienza umana.Severino ha anche affrontato questioni legate alla filosofia della storia, sostenendo che la storia non è un progresso lineare, ma piuttosto un ciclo eterno di ripetizioni. Questa prospettiva ha importanti implicazioni per la nostra comprensione del tempo e della nostra esistenza. Il pensiero di Emanuele Severino ha suscitato un dibattito significativo tra gli studiosi della filosofia e ha influenzato altri filosofi contemporanei. La sua ricerca e il suo lavoro sono stati influenti soprattutto in Italia e in Europa.

venerdì 27 febbraio 2026

Corso di storia della filosofia: Alberoni 1929

Francesco Alberoni 1929

 

Francesco Alberoni (Borgonovo Val Tidone, 31 dicembre 1929) è un sociologo, giornalista, scrittore, docente e rettore italiano. Dopo aver studiato al Liceo Scientifico Respighi di Piacenza si trasferì a Pavia, dove fu allievo del Collegio Cairoli e si laureò in Medicina nel 1953. Sempre a Pavia studiò psichiatria, con Carlo Berlucchi e Gildo Gastaldi, e statistica stocastica con Giulio Maccacaro, divenendo allievo di Sir Ronald Fisher.

Studiò a Milano psicoanalisi con Franco Fornari, matematica e teoria dell'informazione con Guido Bortone, studiando inoltre con padre Agostino Gemelli. Fece ricerche sulla probabilità soggettiva pubblicate sul Journal of General Psycology nel 1959 e nel 1960.
Studiò con Alfred McClung Lee mezzi di comunicazione di massa. Fece ricerche sul divismo, che descrisse come pettegolezzo collettivo in una società di massa e con mezzi di comunicazione di massa (L'élite senza potere, Milano, Università Cattolica del Sacro Cuore, 1961).
In campo sociologico si occupò in modo sistematico delle discontinuità sociali e del processo per cui l'ordine sorge dal caso, e da qui nacque l'idea guida per la comprensione dei movimenti collettivi. Nelle sue ricerche fu in stretto rapporto con eccellenze del pensiero come Edgar Morin, Roland Barthes, Alain Touraine, Serge Moscovici, Michel Maffesoli, David Riesman, Neil Smelser, Samuel Bellah, Norman Brown e Sasha Weitman, con i quali collaborò partecipando a studi congiunti.
Dal 1982 al 2011, ogni lunedì, il Corriere della Sera ha ospitato in prima pagina una sua rubrica intitolata "Pubblico e privato".
Alberoni ha condotto studi nel campo della sociologia delle passioni individuali e collettive e, in particolare, dei movimenti collettivi e dell'innamoramento. Il testo univocamente identificato come pietra angolare della costruzione del pensiero sociologico di Alberoni è il libro Movimento e istituzione (1977). Il concetto sviluppato nel libro gravita attorno alla definizione dello stato nascente, la "condizione nascente", il momento in cui la leadership, le idee, la comunicazione si fondono dando origine al movimento. Questo primo lavoro era stato preceduto da Consumi e società (1964), altro testo indicato come prodromo dell'analisi dei consumi e dei consumatori e della nascita delle tecniche di marketing. Esiste un'edizione CDE su licenza Garzanti con Innamoramento e Amore e Le ragioni del bene e del male in un unico volume. Nel 1979 Alberoni pubblica Innamoramento e amore, in cui argomenta come l'innamoramento sia lo stato nascente di un movimento collettivo composto esclusivamente da due persone. La tesi centrale del libro, più volte ribadita, è che l'innamoramento costituisce il tentativo effettuato da due persone di operare una "rivoluzione" affettiva, morale e pragmatica delle loro vite. La tesi è debitrice, al sociologo Max Weber, del concetto di mutamento sociale provocato da una personalità carismatica, ma da una parte riporta la possibilità di questo mutamento al più piccolo movimento sociale esistente (la coppia), dall'altra la rivela come attitudine intrinseca a ciascun essere umano, non appannaggio delle sole "personalità carismatiche". Il testo è stato tradotto in diverse lingue, ha avuto decine di edizioni ed è tuttora ristampato.
Tra i lavori successivi ci sono L'amicizia (1984), tradotto in 13 lingue, e L'erotismo (1986), nel quale vengono confrontati l'erotismo maschile e quello femminile. Il libro vanta diverse traduzioni, anche nei paesi del Nord Europa e in Giappone.
Nel 1989 viene pubblicato L'altruismo e la morale. Nel 1991 esce Gli invidiosi, seguito da Il volo nuziale (1992), dove vengono esaminate le cotte pre-adolescenziali e adolescenziali per le star del cinema, e quindi la generale tendenza femminile a ricercare oggetti d'amore superiori. Nel 1994 riprendono, con L'ottimismo, le tematiche psicologiche - sociali.
L'ultima opera sui movimenti collettivi, che rappresenta il coronamento e l'esposizione generale della teoria di tali movimenti, è Genesi (1989), dove l'autore espone la teoria della democrazia e della formazione delle "civilizzazioni culturali", i grandi complessi istituzionali nati da movimenti come il Cristianesimo, l'Islam, e il Marxismo. L'opera è una straordinaria sintesi di tutto il lavoro sociologico alberoniano precedente e studia con sistematicità la discontinuità dei processo socio-storici.
Nel 1996 pubblica un'opera sistematica sull'innamoramento, la formazione, la durata e la crisi della coppia, con il saggio Ti amo, tradotto anche in cinese.

Nel 2002 pubblica La speranza, definendo questa virtù "la più importante per la vita".

giovedì 26 febbraio 2026

Corso di storia della filosofia: Dahrendorf 1929

Ralf Gustav Dahrendorf 1929

Ralf Gustav Dahrendorf, Barone Dahrendorf (Amburgo, 1º maggio 1929 – Colonia, 17 giugno 2009), è stato un sociologo, politologo e politico tedesco naturalizzato britannico.Di ispirazione liberale, Dahrendorf appartiene al filone della prospettiva del conflitto, e più precisamente ai teorici analitici di stampo weberiano.

Dal 1969 al 1970 è stato membro del parlamento tedesco per il Partito Liberale Democratico e Segretario di stato nel Ministero degli esteri tedesco. Nel 1970 è divenuto membro della Commissione europea a Bruxelles, da cui si dimise nel 1974.Dal 1974 al 1984 è stato direttore della London School of Economics e, dal 1987 al 1997, Warden (l'equivalente del CEO o dell'amministratore delegato per una università) del St. Antony College all'Università di Oxford.Avendo adottato la cittadinanza britannica nel 1988, nel 1993 è stato nominato Lord a vita dalla regina Elisabetta II con il titolo di "Baron Dahrendorf of Clare Market in the City of Westminster".È stato primo patron dell'Internazionale liberale.I filoni della sua analisi sono essenzialmente due: le teorie della società e i fattori del conflitto.Egli sostiene che la tendenza al conflitto è insita nel sistema, nel quale coesistono gruppi con e senza potere, che perseguono interessi diversi.Molto forte in Dahrendorf è il concetto di "potere", che egli definisce, sulla scia di Max Weber, come la capacità di far fare agli altri quello che si vuole, cioè di farsi obbedire. Il potere determina la struttura sociale, anche in maniera coercitiva.Le "norme" - altro concetto chiave - sono stabilite e mantenute dal potere, e servono a tutelare degli interessi. Sono quindi funzionali agli interessi del potere e non frutto del consenso sociale. Una prova di ciò è nel fatto che a tutela delle norme sono previste delle sanzioni.Le norme, sostenute dal potere, definiscono i criteri di desiderabilità sociale, cioè le cose (valori, status, ambizioni, etc.) che sono generalmente desiderate dalla collettività. Questo contribuisce a stabilire un ordine gerarchico di status sociali. Le norme creano anche discriminazione verso chi non vi si conforma.Un altro concetto importante è quello di "autorità", in rapporto a quello di potere: l'autorità è l'esercizio del potere, ma con legittimità ed entro certi limiti. Per capire meglio si può far un esempio: un'università ha l'autorità sufficiente per chiedere la retta annuale ai propri iscritti, ma non, ad esempio, per estorcere prestazioni personali di altro tipo. Un ladro, invece, ha il potere di estorcere denaro, ma non l'autorità.Dahrendorf sostiene che la divisione in classi è determinata dal possesso o meno di autorità: il conflitto (di classe) coinvolge solo due parti, e l'autorità è ciò che le separa.Per quanto riguarda la mobilitazione e la protesta sociale, Dahrendorf, afferma che sono necessari quattro tipi di requisiti perché questa abbia luogo: tecnici (un fondatore, un'ideologia o uno statuto); politici (uno stato liberale, a differenza di uno autoritario, favorisce la protesta); sociali (la concentrazione geografica dei membri del gruppo, la facilità di comunicazione ed il reclutamento simile); psicologici (gli interessi da difendere devono apparire reali).Il conflitto sarà caratterizzato dal livello di violenza (il "tipo di armi", anche in senso metaforico, usato) e intensità, intesa come livello di dispendio di energie nella lotta.Il conflitto avviene tra chi dà e chi riceve ordini. Nello stato vi è una classe dirigente e una burocrazia composta di individui che contribuiscono a far sì che gli ordini del vertice siano rispettati da tutti. La presenza di questa burocrazia allarga la base del consenso. Vi è anche un conflitto tra governo e industria.

mercoledì 25 febbraio 2026

Corso di storia della filosofia: Derrida 1930

Jacques Derrida 1930

 

Jacques Derrida, nato Jackie Derrida (1930–2004) filosofo francese di origine algerina, allievo di Althusser e Foucault, è stato direttore di ricerca presso l'École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi.
Prendendo spunto da Husserl,  Heidegger, de Saussure, Nietzsche e Freud, Derrida ha elaborato un percorso filosofico originale che si caratterizza come decostruzione della metafisica della presenza.
I primi lavori di Derrida si situano all'interno del dibattito fra storicismo e strutturalismo impostosi negli '40 e '50, e riguardano in particolare le soluzioni al problema della genesi delle idee (genesi storica o metastorica, ovvero strutturale?).
Nel 1966 tiene la prima di una lunga serie di conferenze negli Stati Uniti e si afferma soprattutto come studioso della lingua e della scrittura e pubblica La scrittura e la differenza, La voce e il fenomeno e Della grammatologia.
La riflessione di Derrida ha esercitato influenza nell'ambito della letteratura, del diritto, dell'architettura e dell'arte in generale, ma per lo stile di scrittura, particolarmente complesso ed ellittico, da più parti il suo pensiero è stato ritenuto più vicino a una forma letteraria che a una rigorosa elaborazione filosofica, e la centralità del tema della decostruzione, ha spinto alcuni a ritenere il suo un pensiero nichilista, che esita nello scetticismo e nel solipsismo più assoluti, giacché la decostruzione mostrerebbe l'infondatezza e la precarietà di tutta la tradizione del pensiero occidentale.

martedì 24 febbraio 2026

Corso di storia della filosofia: Rorty 1931

 

Richard Rorty (1931–2007)

Il filosofo che trasformò la verità in una pratica di conversazione

Immagina la filosofia come una grande sala da pranzo. Per secoli molti pensatori hanno cercato “la ricetta perfetta” — la Verità con la V maiuscola — capace di valere sempre e per chiunque. Richard Rorty entra in quella sala, si siede, ascolta, e poi propone un cambio di menu: smettiamo di cercare la ricetta definitiva e impariamo, invece, a cucinare meglio insieme. La filosofia, dice, non deve essere il giudice supremo che misura tutto, ma una forma di conversazione creativa che aiuta le persone a capirsi e a vivere con più giustizia.

Una vita tra scuole diverse

Rorty nasce a New York nel 1931, in una famiglia di intellettuali progressisti. Studia prestissimo (entra all’università da giovanissimo), si forma nella tradizione analitica americana, poi insegna a lungo a Princeton. Negli anni Ottanta si sposta verso le humanities a Virginia e quindi a Stanford, segno visibile della sua “traversata”: da specialista del linguaggio e della logica a pensatore pubblico che dialoga con letteratura, politica e cultura. Non cambia mestiere: allarga l’officina.

La svolta: addio “specchio della natura”

La tesi centrale che lo rende famoso è un addio. Rorty saluta l’idea che la conoscenza sia uno “specchio” che riflette la realtà così com’è. Non esiste un punto d’osservazione neutro fuori dal linguaggio, fuori dalla storia, fuori dalle pratiche umane. Esistono, invece, usi del linguaggio più o meno utili a risolvere problemi, a coordinare azioni, a ridurre la sofferenza.

Per dirla semplice: non ci sono “fondamenta” ultime su cui costruire tutto (questo è il suo anti-fondazionalismo). Ci sono strumenti che funzionano meglio o peggio in contesti concreti. La filosofia, allora, somiglia meno all’architettura di un palazzo perfetto e più a una cassetta degli attrezzi.

Da “verità” a “solidarietà”

Quando chiediamo “che cos’è vero?”, Rorty sposta l’attenzione da un cielo di idee eterne alla pratica di una comunità che decide cosa accettare come buone ragioni. Non propone cinismo né “tutto è uguale”: propone una responsabilità linguistica. Una tesi è “vera” se regge nella prova degli scambi argomentativi tra pari, se aiuta a prevedere, curare, cooperare, includere. La posta in gioco non è un certificato metafisico, ma la vita che ci costruiamo insieme.

Da qui il suo motto politico: meno ossessioni sull’“oggettività ultima”, più impegno per allargare la cerchia della solidarietà. Non dobbiamo scoprire un’essenza comune nascosta in tutti; dobbiamo raccontarci storie migliori per riconoscere gli altri come simili a noi, degni di rispetto e protezione.

Il lessico che ci fa (e ci disfa)

Rorty ama parole come contingenza e redescription (ri-descrizione). “Contingente” significa: avrebbe potuto andare diversamente. Anche il nostro vocabolario finale — quell’insieme di parole con cui, alla fine, giustifichiamo noi stessi (“libertà”, “dignità”, “progresso”, “sacro”, “scientifico”) — non è scolpito nella roccia. È il risultato di storie, incontri, traumi, letture. Cambiando il modo di parlare, cambiamo noi stessi.

Esempio. Pensa alla parola “malattia mentale” rispetto a “sofferenza psichica”. La prima può spingere verso protocolli medici e istituzioni; la seconda apre più spazio a narrazioni personali e diritti. Nessuna delle due cattura “l’essenza” una volta per tutte; ciascuna orienta azioni diverse. Per Rorty, il lavoro etico e politico è spesso un lavoro di riconio del vocabolario.

Il “liberale ironico”

In Contingenza, ironia e solidarietà Rorty disegna il profilo del liberale ironico:

  • Liberale, perché mette al centro la riduzione della crudeltà, la protezione dei deboli, lo Stato di diritto.
  • Ironico, perché sa che anche i suoi ideali sono storici e rivedibili; non pretende di possedere la lingua definitiva del Bene.

Questa combinazione non porta al relativismo indifferente; porta a un’etica della cura e della prudenza: difendo con forza i diritti, ma senza trasformare le mie parole in idoli. Combatto per la libertà di stampa non perché “lo dice la Natura”, ma perché la storia mostra che dove si può parlare, si soffre meno e si correggono meglio gli errori.

Scienza senza pedestallo (ma senza disprezzo)

Rorty non sminuisce la scienza: ne ammira la capacità di risolvere problemi e di coordinare pratiche complesse. Semplicemente le toglie il pedestallo metafisico. Gli scienziati non possiedono una finestra privilegiata sull’essere; possiedono metodi efficaci per fare cose affidabili nel mondo. Questo basta — ed è già moltissimo.

Esempio. Dire che l’elettrone è “reale” non aggiunge nulla di pratico al linguaggio della fisica che ci permette di costruire circuiti, risonanze magnetiche, satelliti. Quel linguaggio funziona: per Rorty è il suo vero titolo di nobiltà.

Che cosa chiedere alla filosofia

Rorty distingue tra due stili:

Lui sceglie la seconda. Non perché l’ordine sia inutile, ma perché, dice, nelle epoche di cambiamento abbiamo più bisogno di immaginazione che di dogmi.

Le obiezioni (e le sue risposte)

  • “Se la verità è solo ciò che accettiamo in conversazione, allora vale tutto.”
    Rorty risponde: non vale tutto, valgono gli esiti nei contesti. Conversazioni ben regolamentate (tribunali, riviste scientifiche, parlamenti, movimenti civili) producono criteri esigenti; altre conversazioni, meno. Il punto è costruire istituzioni che rendano le conversazioni più inclusive e meno crudeli.
  • “Senza fondamenti, come difendo i diritti?”
    Con storie e pratiche che mostrano perché è meglio per tutti vivere in società meno crudeli. Non c’è garanzia eterna; c’è lavoro politico continuo.
  • “Non è tutto linguaggio? E il mondo?”
    Il mondo c’è, eccome; ma lo incontriamo attraverso descrizioni. Cambiare descrizione non crea o distrugge montagne, ma cambia ciò che possiamo fare con esse (minarle, proteggerle, sacralizzarle, calcolarne i rischi).

Un’idea politica semplice (e impegnativa)

In politica Rorty resta un riformista di sinistra. Invita la cultura progressista a parlare in modo persuasivo a chi lavora, a chi sta ai margini, evitando toni di superiorità. Quando le élite smettono di offrire speranze concrete (salari, scuole, sanità, dignità del lavoro), si apre la strada ai demagoghi. La soluzione non è “avere l’argomento ultimo”, ma ricostruire fiducia attraverso linguaggi, progetti e istituzioni che mantengano promesse.

Perché leggere Rorty oggi

Una piccola guida all’uso

  1. In classe o in azienda: quando si litiga su “cos’è davvero la meritocrazia”, provate a riscriverne il vocabolario in tre versioni: giuridica, narrativa (storie di persone), gestionale (processi, incentivi). Noterete che cambiano criteri e decisioni: ecco Rorty in azione.
  2. Nel dibattito pubblico: invece di chiedere “chi ha la Verità?”, chiediamo “quale linguaggio permette a più persone di stare meglio senza escludere nessuno?”. È una domanda meno brillante in astratto, ma più utile.
  3. Nella vita personale: quando un’etichetta ti schiaccia (“fallito”, “inadatto”), prova una ri-descrizione: “sto attraversando una fase difficile” apre altri gesti, altre richieste di aiuto, altre possibilità.

Libri per iniziare (in ordine amichevole)


Richard Rorty ci lascia un’eredità sobria e coraggiosa: meno ansia di fondare, più cura nel conversare. Non promette un’ultima parola; ci invita a cercare parole migliori, quelle che — qui e ora — aiutano più persone a vivere una vita decente. E questo, per lui, è già un risultato filosofico all’altezza delle grandi ambizioni umane.


lunedì 23 febbraio 2026

Corso di storia della filosofia: Vattimo 1936

Gianteresio Vattimo 1936

Gianteresio Vattimo, detto Gianni (Torino, 4 gennaio 1936), è un filosofo, accademico e politico italiano.
Tra i massimi esponenti della corrente postmoderna, è teorizzatore del pensiero debole.
Studente del liceo classico Vincenzo Gioberti è attivo in quegli anni nella Gioventù Studentesca di Azione Cattolica, e collabora a Quartodora, rivista del movimento diretta da Michele L. Straniero. Allievo di Luigi Pareyson assieme a Umberto Eco con cui ha condiviso amicizia e interessi, si è laureato in filosofia nel 1959 a Torino. Negli anni cinquanta ha lavorato ai programmi culturali della Rai. Ha conseguito la specializzazione a Heidelberg, con Karl Löwith e Hans Georg Gadamer, di cui ha introdotto il pensiero in Italia. Nel 1964 è diventato professore incaricato e nel 1969 ordinario di estetica all'Università di Torino, nella quale è stato preside, negli anni settanta, della facoltà di Lettere e Filosofia. Dal 1982 al 2008 è stato ordinario di filosofia teoretica presso la stessa università. In seguito è stato nominato professore emerito, titolo che non gli precluse, in futuro, lo svolgimento di eventuali attività didattiche presso la suddetta università.
Ha insegnato come visiting professor negli Stati Uniti e ha tenuto seminari in diversi atenei del mondo. È stato direttore della Rivista di estetica, membro di comitati scientifici di varie riviste italiane e straniere, socio corrispondente dell'Accademia delle Scienze di Torino, nonché editorialista per i quotidiani La Stampa e La Repubblica e per il settimanale L'espresso. Attualmente dirige la rivista Tropos. Rivista di ermeneutica e critica filosofica (edita da Aracne Editrice). Per le sue opere ha ricevuto lauree honoris causa dalle università di La Plata, Palermo, Madrid e dalla Universidad Nacional Mayor de San Marcos di Lima. È stato più volte docente alle Vacances de l'Esprit (1995, 1997 e 2004).
Nelle sue opere Gianni Vattimo si è occupato dell'ontologia ermeneutica contemporanea, proponendone una propria interpretazione, che ha chiamato pensiero debole, in contrapposizione con le diverse forme di pensiero forte dell'Otto-Novecento: l'hegelismo con la sua dialettica, il marxismo, la fenomenologia, la psicanalisi, lo strutturalismo. Ognuno di questi movimenti si è proposto come superamento delle posizioni filosofiche precedenti e smascheramento dei loro errori. Ma ogni volta l'errore, secondo Vattimo, consisterebbe proprio in questo gesto teoretico. Non ci sono nuovi inizi, l'errore consiste proprio nella volontà di rifondare "fundamenta inconcussa" che non vi possono essere. Il pensiero debole è invece un atteggiamento della postmodernità che accetta il peso dell'"errore", ossia del caduco, dell'effimero, di tutto ciò che è storico e umano. È la nozione di verità a doversi modellare sulla dimensione umana, non viceversa.
Secondo Vattimo il pensiero debole è la chiave per la democratizzazione della società, la diminuzione della violenza e la diffusione del pluralismo e della tolleranza. In questo senso deve essere almeno segnalata la grande e decisiva importanza che assume nel suo pensiero la nozione di nichilismo, che rimette all'eredità di Nietzsche e Heidegger e si lega a vari temi vattimiani (dall'etica, alla politica, dalla religione - l'indebolimento di Dio - alla teoria della comunicazione). Con le sue opere più recenti (in particolare Credere di credere) ha rivendicato al proprio pensiero anche la qualifica di autentica filosofia cristiana per la postmodernità.
Avvalendosi infatti della visione cristiana del maestro Pareyson e del teologo Sergio Quinzio, Vattimo rifiuta l'identificazione di Dio nell'essere razionale, così come concepito dalla tradizione filosofica occidentale. Di Pareyson e Quinzio, però, non condivide la visione religiosa tragica. Suggestionato dalle opere dell'antropologo francese René Girard, Vattimo legge la vicenda di Cristo come rifiuto di ogni sacrificio, anzitutto umano ed esistenziale. La kénosis (lett. "svuotamento") divina è a vantaggio della libertà e della pace umana.


domenica 22 febbraio 2026

Corso di storia della filosofia: Pellicani 1939

Luciano Pellicani 1939


Luciano Luigi Pellicani (Ruvo di Puglia, 10 aprile 1939) è un sociologo, giornalista e docente universitario italiano. Cresciuto a Napoli con la madre separata, nel 1964 si laureò in scienze politiche all'università di Roma, con una tesi su Antonio Gramsci.
Proprio lavorando alla tesi, Pellicani, di famiglia tradizionalmente comunista, si convinse che «il comunismo non era una buona idea realizzata male. Era proprio un'idea sbagliata», e abbracciò idee socialiste-riformiste. Dopo la laurea si recò in Spagna, dove studiò l'opera e il pensiero del sociologo José Ortega y Gasset, per proseguire gli studi sociologici in Francia. Tornato in Italia, cominciò ad insegnare all'Università di Urbino.
Nel 1976, dopo aver letto un articolo di Bettino Craxi, in cui il politico citava un saggio su Eduard Bernstein che Pellicani aveva scritto anni prima, Pellicani contattò il leader socialista, sancendo l'inizio di una collaborazione con il Partito Socialista Italiano. Intellettuale lontano dagli apparati di partito, Pellicani contribuì quasi esclusivamente inviando saggi e discorsi politici e, in seguito (dal 1985) dirigendo il periodico di area socialista Mondoperaio.
Alla dissoluzione del partito dopo Mani Pulite, decise di chiudere Mondoperaio. Riguardo all'inchiesta giudiziaria, in un'intervista ha dichiarato che, anche se le irregolarità erano presenti in tutti i partiti (eccetto il Partito Radicale), non poteva «perdonare al gruppo dirigente socialista di aver affogato nella corruzione le buone idee».
Nel 1998 si avvicinò allo Socialisti Democratici Italiani (Sdi), dichiarando di voler rimanere di centrosinistra (pur lontano da posizioni massimaliste) e quindi rifiutandosi di emigrare, come molti ex socialisti fecero, in Forza Italia con Silvio Berlusconi. Nello stesso anno, Mondoperaio riprese le pubblicazioni, sempre con Pellicani direttore.
Nel corso della manifestazione di Roma organizzata dall'Ulivo il 3 marzo 2002 Pellicani, il solo socialista presente tra i relatori in una delle sue rarissime apparizioni in piazza, fu duramente fischiato quando nel suo intervento attaccò la linea politica dei Girotondi e di Antonio Di Pietro.
È stato candidato senatore per la Rosa Nel Pugno alle elezioni politiche italiane del 2006, senza essere però eletto.
In tutti questi anni ha continuato a svolgere l'attività di docente presso l'Università LUISS – dove è ordinario di sociologia politica e docente di antropologia culturale – e a pubblicare saggi, alcuni dei quali sono stati tradotti in varie lingue. Uno di essi, La genesi del capitalismo e le origini della modernità, è stato definito "un classico" dalla rivista statunitense Telos, ed è considerato un testo noto soprattutto per quanto riguarda la critica ad alcune tesi di Karl Marx e di Max Weber. È stato molto criticato il suo saggio, "Lenin e Hitler. I due volti del totalitarismo", in cui Pellicani equipara appunto Lenin, leader della rivoluzione russa e del sovvertimento del regime zarista, e Adolf Hitler, führer del partito nazista, principale ideatore dell'Olocausto e più diretto responsabile della Seconda guerra mondiale.
Rare sono le apparizioni televisive di Pellicani, che è intervenuto sporadicamente all'interno della trasmissione Ballarò di Giovanni Floris, suo ex-allievo.

sabato 21 febbraio 2026

Corso di storia della filosofia: Lewis 1941

David Kellogg Lewis (1941–2001)

1. Una porta aperta sulle alternative:
chi era Lewis (in poche parole)

David K. Lewis è stato un filosofo americano che ha rivoluzionato la metafisica e la filosofia del linguaggio negli anni Settanta–Ottanta. Se c’è una parola che ricorre, parlando di Lewis, è possibilità: la sua ambizione non era soltanto spiegare il mondo in cui viviamo ma anche offrire una teoria rigorosa e ricca di senso per parlare di altri mondi possibili, cioè per rendere teoricamente intelligibili frasi come “Potevo venire” o “Se Napoleone avesse vinto…”.

Le sue opere più note includono Convention (sulla natura delle convenzioni linguistiche e sociali), Counterfactuals (sulla logica e la semantica delle proposizioni controfattuali) e soprattutto On the Plurality of Worlds (dove espone la sua famosa dottrina del modal realism — i mondi possibili come realtà concrete).


2. Il nucleo che fa discutere: il “modal realism” (i mondi possibili come reali)

Immagina un corridoio con infinite porte: ciascuna porta conduce a una versione diversa della realtà in cui le cose sono andate in modo leggermente o molto diverso. Per Lewis, queste «stanze» non sono mere astrazioni, comodi strumenti di linguaggio o modelli matematici: sono realtà concrete, complete e autonome. Il nostro mondo è semplicemente uno di quei mondi, quello in cui capitano queste specifiche combinazioni di fatti. Gli altri mondi non sono copie fittizie: sono tanto "reali" quanto il nostro, ma non sono collegati causalmente a noi.

Questa è una tesi radicale e intuitivamente strana: sembra moltiplicare l’essere in modo spropositato. Lewis la propone perché, a suo avviso, essa semplifica enormemente molte teorie filosofiche: anziché introdurre una nozione primitiva e oscillante di possibilità, si spiega il linguaggio modale (potere, dovere, possibilità) semplicemente parlando di cosa è vero nei mondi vicini o simili al nostro.

Perché qualcuno dovrebbe accettare questa sconcertante abbondanza di entità?
Lewis risponde con una strategia tipica della filosofia analitica: confrontare teorie secondo criteri teorici (semplicità globale, potere esplicativo, ordine sistematico). Se l’ipotesi dell’esistenza di tanti mondi "spiega meglio" le nostre pratiche linguistiche, inferenziali e le regole logiche, allora vale la pena prenderla sul serio. È un argomento per la bontà teorica, non per la sensazione immediata.


3. Contro il “trans-world identity”: la teoria dei counterparts

Un problema concreto: cosa vuol dire dire “Alice poteva essere una pianista”? Non è realistico pensare che la stessa Alice esista letteralmente in due mondi diversi. Lewis propone quindi la teoria dei counterparts: quando diciamo che Alice avrebbe potuto suonare il pianoforte, diciamo che in alcuni mondi esistono individui molto simili ad Alice (i suoi “counterparts”) che suonano il pianoforte. Non è identità numerica attraverso mondi (che crea paradossi), ma somiglianza relazionale.

Esempio narrativo: pensa a una serie di fotogrammi di vite alternative; in ogni fotogramma c’è una persona che ricorda Alice: stessa altezza, stessi interessi, ma differenze minori. Quando parliamo di possibilità rispetto ad Alice, stiamo riferendoci a ciò che succede a uno di questi fotogrammi “correlato” a lei.


4. I “counterfactuals”: come dare senso alle frasi «Se… allora…»

Una delle grandi conquiste di Lewis è la teoria semantica dei controfattuali (frasi del tipo “Se X fosse accaduto, allora Y sarebbe accaduto”). Più che scartare la grammatica comune, Lewis la formalizza e la commenta con precisione.

Idea-base (in parole semplici):
Dire “Se A fosse accaduto, B sarebbe accaduto” significa che, nei mondi più simili al nostro in cui A è vero, anche B è vero. La chiave è il concetto di vicinanza o somiglianza fra mondi: non si tratta solo di scegliere mondi in cui A accade, ma di privilegiare quelli più simili al nostro, cioè che preservano più leggi e fatti rilevanti.

Forma compatta (semplificata):
è vera ⇔ nei mondi A-vero più vicini a noi, B è vera.

Lewis rende questo intuibile con esempi: la frase “Se quella fiammella fosse caduta sull’erba secca, la siepe sarebbe bruciata” è vera perché nei mondi più vicini in cui la fiammella cade, la siepe prende fuoco, mentre nelle varianti più lontane e improbabili (miracoli che impediscono la combustione) la situazione cambia ed esse non contano nella valutazione.

Cosa decide la somiglianza? Lewis propone regole di priorità: preservare leggi naturali ha peso maggiore che preservare particolari accidentali; si preferisce meno “miracoli” e mantenere ordine causale, salvo che ciò richieda enormi variazioni in altri aspetti.


5. Filosofia del linguaggio: convenzioni, significato e uso

Lewis non si è occupato solo di mondi possibili; è stato anche un pensatore fondamentale su linguaggio, convenzione e significato. Nel suo Convention: A Philosophical Study (1969) l’idea è brillante nella sua semplicità: le convenzioni (p. es. “si guida a destra”) sono soluzioni stabili e coordinative a problemi di interazione sociale. Non sono solo regole arbitrali: sono risposte alle difficoltà pratiche del coordinamento.

Nel linguaggio, Lewis ha sviluppato teorie che spiegano come le parole acquisiscano il loro significato attraverso pratiche condivise, segnali e aspettative reciproche. La sua impostazione è al crocevia tra semantica formale e teoria dei giochi: significato come equilibrio convenzionale che emerge da scelte strategiche ripetute.


6. Una voce anche per la scienza del quotidiano: esempi concreti

Per rendere tutto più vivido, ecco alcuni esempi pratici:

  • Counterfactual familiare: “Se ieri avessi preso l’autobus, sarei arrivato in orario.” Lewis direbbe: considera i mondi più simili al nostro in cui la mia scelta è diversa; se in quelli la conseguenza (arrivare in orario) si verifica, allora la frase è vera.

  • Modal realism in fiction: quando leggi un romanzo di alternative storiche (es. “E se l’Asse avesse vinto la guerra?”), Lewis suggerisce che queste storie descrivono mondi che, nella sua teoria, sarebbero concreti tanto quanto il nostro.

  • Convezione linguistica: il fatto che in Italia si usi la parola “ciao” come saluto è una convenzione: nessuna legge naturale lo impone, ma è la soluzione condivisa a un problema di identificazione e cortesia.


7. Critiche e risposte: l’argomento dell’«eccedenza ontologica»

La reazione più immediata a Lewis è stata: «Ma così moltiplichi l’esistenza!» Molti filosofi l’hanno accusato di eccesso ontologico, ossia di introdurre troppi enti inutili. Lewis rispondeva che la misura di una teoria non è solo quanti enti sommati conta, ma quanto la teoria semplifica e unifica la nostra comprensione. Se l’ipotesi dei mondi possibili permette di spiegare molte cose con poche regole uniformi (counterfactuals, modali, significato), allora è giustificata.

Un'altra obiezione riguarda l’intuizione morale o emotiva: molti trovano inquietante che i mondi si moltiplichino così senza criterio. Lewis, consapevole della stranezza, fu esplicitamente “provocatorio”: la sua ambizione era rendere l’analisi filosofica più potente e meno incline all’appello a nozioni oscure e primitive.


8. Influenza: perché Lewis conta ancora oggi

Le idee di Lewis sono diventate strumenti standard in molte discipline. La semantica dei controfattuali è fondamentale in filosofia della scienza, in teorie causali (anche in statistica e machine learning si ragiona spesso in termini di "mondi alternativi" o simulazioni), e il concetto di mondi possibili è ormai parte del vocabolario di filosofi, linguisti e teorici della letteratura. Anche se il “modal realism” completo non è l’opzione preferita di tutti, la sua chiave interpretativa ha aperto prospettive e metodologie nuove: ha costretto filosofi e linguisti a parlare con maggiore chiarezza di possibilità, condizioni ipotetiche e significato.


9. Letture raccomandate (per approfondire)

  • Convention: A Philosophical Study — David K. Lewis (1969). Studio classico su norme e coordinazione.
  • Counterfactuals — David K. Lewis (1973). Il testo fondamentale sulla semantica dei controfattuali.
  • On the Plurality of Worlds — David K. Lewis (1986). Esposizione sistematica del modal realism.
  • Raccolte di saggi: Philosophical Papers, volumi che offrono una panoramica tematica dei contributi di Lewis.

10. Una conclusione narrativa

Immagina di essere su una panchina, a guardare il fiume della vita che scorre. Lewis ti invita a immaginare tutte le sponde possibili: non come metafore vuote, ma come rive reali in cui gli eventi si svolgono in modo differente. È una visione che allarga l’orizzonte del possibile e, paradossalmente, ci offre uno strumento più saldo per parlare del mondo in cui viviamo. Che si accetti l’intera architettura ontologica di Lewis o che la si respinga come eccessiva, non si può negare che la sua filosofia ci abbia dato una lingua nuova per formulare domande antiche — sul “poteva essere” e sul “se fosse stato”.



venerdì 20 febbraio 2026

Corso di storia della filosofia: Agamben 1942

 Giorgio Agamben 1942

Giorgio Agamben (nato nel 1942) - Giorgio Agamben è un filosofo italiano nato il 22 aprile 1942 a Roma, Italia. È noto per il suo lavoro sulla filosofia politica, la teoria dello stato d'eccezione, la biopolitica e una vasta gamma di temi legati alla filosofia contemporanea. Il suo pensiero è complesso e interdisciplinare, attingendo a influenze dalla filosofia, dalla teoria politica, dalla teologia e dalla critica letteraria.

Alcuni dei concetti e delle opere più riconosciuti di Giorgio Agamben includono:

Stato d'eccezione: Agamben ha sviluppato la teoria dello "stato d'eccezione", sostenendo che lo stato moderno tende a perpetuare uno stato di emergenza in cui i diritti civili e le libertà possono essere sospesi. Questa teoria ha avuto un impatto significativo sulla comprensione dei governi contemporanei.

Biopolitica: Agamben ha esplorato il concetto di biopolitica, concentrandosi sulla gestione del potere statale sulla vita umana stessa. Ha analizzato come il potere governativo regoli questioni come la nascita, la morte e il controllo della popolazione.

Homo Sacer: Il libro "Homo Sacer: Il potere sovrano e la vita nuda" è uno dei lavori più influenti di Agamben. In esso, affronta la nozione dell'"homo sacer", una figura giuridica romana che non può essere uccisa né sacrificata, ma può essere eliminata impunemente. Questo concetto viene applicato alla modernità per analizzare il potere sovrano e il rapporto tra vita e politica.

Studi su filosofi e autori: Agamben ha scritto ampiamente su filosofi come Martin Heidegger, Walter Benjamin, Michel Foucault e Carl Schmitt, oltre a riflettere su opere letterarie, teologiche e filosofiche.

Giorgio Agamben è stato una figura centrale nella filosofia contemporanea e ha influenzato profondamente il dibattito intellettuale in tutto il mondo. Le sue opere sono state tradotte in numerose lingue e la sua erudizione interdisciplinare gli ha permesso di esplorare in modo originale questioni fondamentali sulla politica, la storia e la natura umana.

giovedì 19 febbraio 2026

Corso di storia della filosofia: Preve 1943

Costanzo Preve 1943

Costanzo Preve (Valenza, 14 aprile 1943 – Torino, 23 novembre 2013) è stato un filosofo, saggista, insegnante e politologo italiano. Di ispirazione marxiana ed hegeliana, Preve ha scritto numerosi volumi e saggi di argomento filosofico, pubblicati in Italia e all'estero. Il padre, che al momento della nascita di Costanzo è mobilitato, lavora come funzionario delle Ferrovie dello Stato mentre la madre, casalinga, proviene da una famiglia ortodossa di origine armena. Viene cresciuto dalla nonna materna in lingua francese, e attraverso di lei inizia a conoscere la cultura e la lingua greca; come vedremo, entrambe queste circostanze avranno un grande rilievo nella vita di Preve. Personalmente non è credente, pur riconoscendo l'importanza del fenomeno religioso. Studia a Torino, dove conseguirà la maturità classica nel 1962; durante i mesi estivi lavora in campagna nel Regno Unito. Dietro pressioni del padre, nel 1962 si iscrive alla facoltà di giurisprudenza dell'Università di Torino. Verificando il suo totale disinteresse per gli studi giuridici, nel 1963 decide di passare alla facoltà di Scienze politiche, che però non frequenterà mai; nel giugno 1967 ne conseguirà ugualmente la laurea, discutendo con il professor Alessandro Galante Garrone una tesi sui "Temi delle elezioni politiche italiane del 18 aprile 1948". Sempre nel 1963 vince per concorso una borsa di studio all'Università di Parigi, dove si reca con il proposito di condurre studi filosofici; qui seguirà i corsi su Hegel tenuti da Jean Hyppolite, frequenterà i seminari di Louis Althusser e Jean-Paul Sartre, e sotto la guida di Roger Garaudy e di Gilbert Mury, si avvicinerà a Karl Marx. A Parigi segue soprattutto corsi di filosofia greca classica e di germanistica, e nel 1964 grazie ad una borsa di studio si reca per un semestre invernale alla Freie Universität di Berlino. Nel 1965 passa dal dipartimento di germanistica a quello di neoellenistica, e vince una borsa di studio per recarsi ad Atene; all'Università di Atene studia greco classico con Panagis Lekatsas e storia contemporanea con Nikos Psyroukhis, che esercitano su di lui un grande ascendente. Qui prepara una tesi di laurea in greco moderno sul tema: "L'illuminismo greco e le sue tendenze radicali e rivoluzionarie. Etnogenesi della nazione greca moderna fra Settecento e Ottocento. Il problema della discontinuità con la grecità classica e con la grecità bizantina”. Poliglotta dagli anni dell'università, e fermo sostenitore della lettura dei testi filosofici nella lingua originale, egli apprenderà inglese, portoghese, francese, tedesco, spagnolo, russo, greco antico e moderno, arabo, ebraico, e latino. Nel 1967 ritorna a Torino e si sposa l'anno seguente; nello stesso 1968 consegue per concorso l'abilitazione all'insegnamento liceale di lingua e letteratura francese e di storia della filosofia mentre nel 1970 vince il concorso nazionale di ordinariato per l'insegnamento della filosofia e della storia nei licei. Insegnante dal 1967 fino alla pensione del 2002, per due anni (1967-69) insegna francese e inglese, mentre per trentatré anni (1969-2002) è docente di storia e filosofia al V Liceo Scientifico di Torino (oggi Liceo Alessandro Volta). Trascorre gli anni che vanno dal 1967 al 1978 in un'intensa attività politica, aderendo dal 1973 al 1975 al PCI per poi militare in vari gruppi della sinistra extraparlamentare; in questi anni, l'attività filosofica di Preve è incentrata nel tentativo di conciliare esistenzialmente il comunismo, il marxismo e la filosofia. Nel 1978 Gianfranco La Grassa, Maria Turchetto ed Augusto Illuminati lo invitano a varie collaborazioni; con essi fonderà nel 1982 il CSMS (Centro Studi di Materialismo Storico) di Milano, del quale redigerà inoltre il manifesto programmatico. In questo contesto, e per finanziamento di questo centro, esce il suo primo volume indipendente (cfr. La filosofia imperfetta, Franco Angeli, Milano 1984). Questo testo testimonia la sua adesione di massima alla proposta filosofica dell'Ontologia dell'essere sociale dell'ultimo Lukács, ed anche, indirettamente, il suo distacco definitivo dalla scuola di Louis Althusser. Insieme con Franco Volpi, Maria Turchetto, Augusto Illuminati, Fabio Cioffi, Amedeo Vigorelli, ed altri fonda nel 1980 a Milano la rivista di dibattito “Metamorfosi”, che pubblicherà sedici numeri di tipo monografico per tutti gli anni ottanta. In quasi tutti i fascicoli vi sono suoi contributi, che spaziano da un esame dell'operaismo italiano da Panzieri a Tronti e Negri, all'analisi del marxismo dissidente nei paesi socialisti, alla discussione sulla filosofia di Lukács, alla critica delle ideologie del progresso storico, all'indagine sullo statuto filosofico della critica marxiana dell'economia politica. Nel 1983 contribuisce ad organizzare, insieme con Emilio Agazzi, un congresso internazionale dedicato al centenario della morte di Marx (Milano, dicembre 1983), e vi svolge una relazione sulle categorie modali di necessità e di possibilità in Marx. Da quest'esperienza nasce una rivista chiamata “Marx 101”, che uscirà nei due decenni successivi in due serie di numeri monografici e di cui Preve sarà membro del comitato di redazione. Per tutti gli anni ottanta collabora al mensile teorico “Democrazia Proletaria”, organo dell'omonimo partito (1976-1991), che poi diverrà insieme con i fuoriusciti dal PCI la seconda componente politica e militante del PRC (Partito della Rifondazione Comunista). Sarà iscritto a DP soltanto per un breve periodo (1988-1991), facendo parte della direzione nazionale; nella battaglia politica fra i sostenitori di una scelta ecologista (Mario Capanna) e neocomunista, Preve sostiene la seconda con una serie di articoli. Nel 1991, quando le componenti di Democrazia Proletaria e dell'Associazione Culturale Marxista confluiscono nel Partito della Rifondazione Comunista, Preve abbandona la militanza politica diretta. Fra il 1989 ed il 1994, con la pubblicazione di otto volumi consecutivi usciti presso l'editore Vangelista di Milano, Preve affronta il suo “ultimo tentativo personale di coerentizzazione di un paradigma filosofico marxista globale”. A partire dalla seconda metà degli anni novanta si verifica infatti una discontinuità nella sua produzione; Preve opta per l'abbandono di ogni “ismo” di riferimento, uscendo del tutto “dalla cosiddetta Sinistra” e dalle sue procedure di “accoglimento e cooptazione”. Ritenendo che la globalizzazione nata dall'implosione dell'Unione Sovietica non si lasci più “interrogare” attraverso le categorie di Destra e di Sinistra, ma richieda altre categorie interpretative, Preve diviene inoltre un convinto sostenitore della necessità di superare la dicotomia sinistra-destra. Questa posizione, condivisa da alcuni intellettuali e movimenti internazionali, è stata criticata da molti, tra cui lo scrittore Valerio Evangelisti, che ne ha sottolineato l'ambiguità ideologica. Autore e saggista molto prolifico, ha dedicato le sue ultime riflessioni a temi come il comunitarismo, la geopolitica, l'universalismo, la questione nazionale, oltre ovviamente ad un'ininterrotta attenzione al rapporto marxismo-filosofia. Muore a Torino il 23 novembre 2013 per un male incurabile; il Consiglio Comunale di Torino lo ha omaggiato sottolineando il ruolo di Preve e l'importante stimolo al dibattito culturale e politico da lui sviluppato, rilevante per la crescita politica collettiva in Italia.

mercoledì 18 febbraio 2026

Corso di storia della filosofia: Cacciari 1944

Massimo Cacciari 1944

Massimo Cacciari (1944) è un filosofo, accademico e politico italiano, ex sindaco di Venezia.Si laurea in filosofia all'Università di Padova e insegna Estetica presso l'Istituto di Architettura di Venezia. Nel 2002 fonda la Facoltà di Filosofia dell'Università Vita-Salute San Raffaele a Cesano Maderno, di cui è Preside fino al 2005 e dove attualmente insegna Estetica e forme del fare. È tra i fondatori di alcune riviste di filosofia, che hanno segnato il dibattito dagli anni sessanta agli anni ottanta, tra cui Angelus Novus, Contropiano, il Centauro. Al centro della sua riflessione filosofica si colloca la crisi della razionalità moderna, che si è rivelata incapace di cogliere il senso ultimo del reale, abbandonando la ricerca dei fondamenti del conoscere. La sua visione muove dal concetto di "pensiero negativo", ravvisato nelle filosofie di Friedrich Nietzsche, di Martin Heidegger e di Ludwig Wittgenstein, per risalire ai suoi presupposti in alcuni aspetti della tradizione religiosa e del pensiero filosofico occidentali. Ha pubblicato numerose opere e saggi, tra i quali meritano una particolare attenzione: Krisis (1976); Pensiero negativo e razionalizzazione (1977); Dallo Steinhof (1980); Icone della legge (1985); L'angelo necessario (1986); Dell'inizio (1990); Della cosa ultima (2004) vincitore del Premio Cimitile; Hamletica (2009). Tra i numerosi riconoscimenti sono da ricordare la laurea honoris causa in Architettura (conferita dall'Università degli Studi di Genova nel 2003) ed in Scienze politiche (conferita dall'Università degli Studi di Bucarest nel 2007).

martedì 17 febbraio 2026

Corso di storia della filosofia: Giorello 1945

 

Giulio Giorello 1945

Giulio Giorello (Milano, 14 maggio 1945) è un filosofo, accademico ed epistemologo italiano.
Giulio Giorello ha conseguito due lauree presso l'Università degli Studi di Milano: la prima in filosofia, nel 1968 (sotto la guida di Ludovico Geymonat), l'altra in matematica, nel 1971. Ha quindi insegnato dapprima Meccanica Razionale presso la Facoltà di Ingegneria dell'Università degli studi di Pavia, per poi passare alla Facoltà di Scienze presso l'Università degli Studi di Catania, a quella di Scienze naturali presso l'Università dell'Insubria e al Politecnico di Milano. Attualmente insegna Filosofia della scienza presso l'Università degli Studi di Milano; è stato inoltre Presidente della SILFS (Società Italiana di Logica e Filosofia della Scienza). Dirige, presso l'editore Raffaello Cortina di Milano, la collana Scienza e idee e collabora, come elzevirista, alle pagine culturali del quotidiano milanese Corriere della Sera. Ha vinto la IV edizione del Premio Nazionale Frascati Filosofia 2012. È attivo in rassegne culturali insieme allo scrittore Luca Gallesi.
Giorello ha diviso i suoi interessi tra lo studio di critica e crescita della conoscenza con particolare riferimento alle discipline fisico-matematiche e l'analisi dei vari modelli di convivenza politica; dalle sue prime ricerche in filosofia e storia della matematica, i suoi interessi si sono poi ampliati verso le tematiche del cambiamento scientifico e delle relazioni tra scienza, etica e politica.La sua visione politica è di stampo liberal democratico e si ispira, tra gli altri, al filosofo inglese John Stuart Mill.
Si è occupato anche di storia della scienza - in particolare le dispute novecentesche sul "metodo" - e di storia delle matematiche (Lo spettro e il libertino). Nel 1981 ha curato con Marco Mondadori l'edizione italiana di Sulla libertà di John Stuart Mill. Giulio Giorello è ateo ed ha scritto a riguardo il libro Senza Dio. Del buon uso dell'ateismo.

lunedì 16 febbraio 2026

Corso di storia della filosofia: Zecchi 1945

Stefano Zecchi 1945

 
Stefano Zecchi (Venezia, 18 febbraio 1945) è un filosofo, accademico, scrittore, giornalista e opinionista italiano, ex professore ordinario di estetica presso l’Università degli Studi di Milano. È stato assessore alla cultura al comune di Milano dal 2005 al 2006.

Ha acquistato notorietà anche al di fuori dell'ambito accademico per le sue presenze al Maurizio Costanzo Show negli anni novanta.
Ha studiato al Liceo Classico "Marco Polo" di Venezia. Dopo aver conseguito la Maturità Classica, si è iscritto alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Milano, dove si è laureato in Filosofia con votazione 110/110 e lode, discutendo una tesi sulla fenomenologia di Edmund Husserl (relatore Enzo Paci), e ai problemi della fenomenologia ha dedicato i suoi primi studi filosofici. Dopo la laurea ha insegnato per qualche anno nelle scuole di Milano e provincia. Nel 1979 è diventato professore ordinario, ottenendo la cattedra di Filosofia Teoretica presso l'Università degli Studi di Padova, in cui era stato assistente e docente incaricato da 1972. Dal 1984 al 2013 è stato professore ordinario di estetica presso l'Università degli Studi di Milano.
Ha insegnato in diverse università straniere: tra esse, quella che ricorda con maggiore interesse e che più l'ha coinvolto, è l'Università Tagore di Calcutta, in India. Oltre all'insegnamento ricopre importanti incarichi amministrativi: presidente del corso di laurea in Filosofia dell'Università degli Studi di Milano, consigliere d'amministrazione del Piccolo Teatro di Milano, presidente dell'Accademia di belle arti di Brera sempre a Milano, membro del consiglio dell'Irer (Istituto per la programmazione scientifica e culturale della Regione Lombardia), rappresentante del Ministero della Pubblica Istruzione presso l'UNESCO per la tutele dei Beni immateriali, consigliere comunale a Venezia e assessore alla cultura a Milano, consigliere d'amministrazione del MAXXI (Museo dell’arte del XXI secolo), consigliere d'amministrazione della Fondazione La Verdi di Milano, consigliere d'amministrazione del Teatro Parenti di Milano.
Dal 2016 è Direttore dell'I.I.S.B.E. (Istituto Internazionale di Scienza della Bellezza) di Milano.
Dopo gli studi sulla fenomenologia di Husserl e della sua scuola, ha affrontato le questioni inerenti ai concetti di “speranza” e di “utopia”, riflettendo sulla filosofia di Ernst Bloch, di cui è stato anche traduttore. Il pensiero di Goethe (di cui ha tradotto diversi saggi sulla scienza, l'arte e la letteratura) e del Romanticismo sono diventati i punti di riferimento essenziali dei suoi studi, che lo hanno portato a concentrare le sue ricerche sul problema e sul significato della bellezza.
È editorialista del quotidiano il Giornale. Partecipa di frequente a trasmissioni televisive come Stasera Italia (su Rete 4) e Bel Tempo si Spera (su TV2000).
Stefano Zecchi è di religione ebraica.
Opere
 Saggio su Husserl (1972)
  Fenomenologia dell'esperienza (1972)
  Utopia e speranza nel comunismo (1974)
  La fenomenologia dopo Husserl nella cultura contemporanea Loescher (1978) ISBN 8820123738
  La fenomenologia (1983)
  La magia dei saggi Jaca Book (1984)
  La fondazione utopica dell'arte. Kant, Schiller, Schelling Unicopli (1984)
  Novalis Unicopli (1986)    Elementi di analisi, costi e benefici ETS (1988)
  Verso dove? (1988)
  La bellezza Arnoldo Mondadori Editore (1990)
  Sillabario del nuovo millennio Mondadori (1993)
  Il brutto e il bello, (1996)
  L'artista armato, Mondadori (1998)
  Capire l'arte Mondadori (1999)
  Storia dell'estetica (2002)
  L'uomo è ciò che guarda, televisione e popolo Mondadori (2005)
  In cammino con l'arte (2008)
  Paradiso Occidente. La nostra decadenza e la seduzione della notte (2016)
  Aiutami a capirlo: l’incontro tra il medico, il genitore ed il bambino. con Paolo Nucci. (2017)
Romanzi
  Estasi Mondadori (1993)
  Sensualità Mondadori (1994) (Premio Bancarella 1996)
  L'incantesimo (1997)
  Fedeltà Mondadori (2001)
  Contro l'immagine (2001)
  Amata per caso Mondadori (2003)
  Il figlio giusto (2007)
  Quando ci batteva forte il cuore Mondadori (2010)
  Rose bianche a Fiume Mondadori (2014)

Corso di storia della filosofia: Marramao 1946

 Giacomo Marramao 1946

Giacomo Marramao (Catanzaro, 18 ottobre 1946) è un filosofo e professore universitario italiano.
Allievo di Eugenio Garin, nel 1969 si è laureato in Filosofia all'Università di Firenze. Dal 1971 al 1975 ha proseguito gli studi all'Università di Francoforte, lavorando soprattutto intorno ai diversi filoni del marxismo italiano ed europeo. Nel 1971 ha pubblicato Marxismo e revisionismo in Italia, rintracciando in Gentile la chiave di volta filosofica del marxismo italiano. Dal 1976 al 1995 ha insegnato "Filosofia della politica" e "Storia delle dottrine politiche" presso l'Istituto Universitario Orientale di Napoli. Nel 1979 è uscito il suo libro Il politico e le trasformazioni, nel quale ha posto a confronto le tematiche del marxismo europeo degli anni '20-30 con le analisi delle trasformazioni del politico di Carl Schmitt (del cui pensiero egli è stato uno dei primi riscopritori). A partire dal volume Potere e secolarizzazione (1983) è venuto elaborando una teoria simbolica del potere (e del nesso politica-tempo) incentrata sulla ricostruzione ‘archeologica' dei presupposti del razionalismo occidentale.
Fondamentali, nel dibattito politico-culturale e filosofico degli anni Ottanta, le sue collaborazioni a due riviste: Laboratorio politico (1981-1983) diretto da Mario Tronti e il Centauro (1981-1986), diretto da Biagio de Giovanni.
È stato direttore scientifico della Fondazione Basso-Issoco, membro del Collège International de Philosophie di Parigi e professore honoris causa all'Università di Bucarest. Nel 2005 la Presidenza della Repubblica francese gli ha conferito l'onorificenza delle "Palmes Académiques". Nel 2009 ha ricevuto il Premio internazionale di filosofia "Karl-Otto Apel" e nel 2013 il titolo di doctor honoris causa in Filosofia dalla Universidad Nacionál de Córdoba (Argentina).
Ha conseguito altri premi: Premio Pozzale Luigi Russo a Passaggio a Occidente e Premio di filosofia "Viaggio a Siracusa" a La passione del presente.
Insegna filosofia politica e filosofia teoretica presso il Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo dell'Università degli Studi Roma Tre.
Nel 2018 è nominato professore emerito.
Muovendo dallo studio del marxismo italiano ed europeo (Marxismo e revisionismo in Italia, 1971; Austromarxismo e socialismo di sinistra fra le due guerre, 1977), ha analizzato le categorie politiche della modernità (Potere e secolarizzazione, 1983), proponendone, in dialogo con i francofortesi (Il politico e le trasformazioni, 1979) e con M. Weber (L'ordine disincantato, 1985), una ricostruzione simbolico-genealogica. Secondo questa lettura, che riprende le ipotesi storico-filosofiche di Karl Löwith, nelle forme moderne di organizzazione sociale si depositano significati che derivano da un processo di secolarizzazione dei contenuti religiosi, ossia dalla riproposizione in dimensione mondana dell'orizzonte simbolico cristiano. In particolare, la secolarizzazione ha il suo centro in un processo di «temporalizzazione della storia», in virtù del quale le categorie del tempo (che traducono l'escatologia cristiana in una generica apertura al futuro: progresso, rivoluzione, liberazione, etc.) assumono centralità crescente nelle rappresentazioni politiche della modernità. Su queste considerazioni, riprese anche in Dopo il Leviatano (1995 - nuova edizione ampliata 2013), Passaggio a Occidente. Filosofia e globalizzazione (2003 - nuova edizione 2009), La passione del presente (2008), Contro il potere (2011), si è innestata via via una tematizzazione esplicita del problema filosofico della temporalità, che per molti aspetti anticipa sia le tesi oggi in voga intorno alla "accelerazione" e al rapporto politica-velocità, sia i temi dello spatial turn, della "svolta spaziale" contemporanea. Contro le concezioni bergsoniana e heideggeriana, che delineano con sfumature diverse una forma pura della temporalità, più originaria rispetto alle sue rappresentazioni/spazializzazioni, Marramao argomenta l'inscindibilità del nesso tempo-spazio e, richiamandosi tra l'altro alla fisica contemporanea, riconduce la struttura del tempo a un profilo aporetico e impuro, rispetto a cui la dimensione dello spazio costituisce il riferimento formale per pensarne i paradossi. (Minima temporalia, 1990 - nuova edizione 2005 - e Kairós. Apologia del tempo debito, 1992 - nuova edizione 2005).


sabato 14 febbraio 2026

Corso di storia della filosofia: Cavarero 1947

Adriana Cavarero 1947

Adriana Cavarero è una filosofa italiana nata il 17 novembre 1947 a Bra, in Italia. È conosciuta per il suo lavoro in diverse aree della filosofia, tra cui la filosofia politica, la filosofia femminista, la filosofia dell'identità e la filosofia della voce. Cavarero è stata una delle voci più influenti nella riflessione filosofica contemporanea sull'identità personale, la soggettività e la narrazione.

Ecco alcuni dei concetti e dei contributi più noti di Adriana Cavarero:
Voce e Narrazione: Cavarero è famosa per il suo lavoro sulla voce e la narrazione, in particolare nel suo libro "For More than One Voice" (1995). In questo testo, analizza il ruolo della voce nel costituire l'identità e la relazione con gli altri. La voce è vista come un'indicazione della nostra unicità e del nostro legame con il mondo.

Filosofia Politica: Cavarero ha anche contribuito alla filosofia politica, esplorando questioni di giustizia, pluralismo e cittadinanza. Il suo libro "Tu che mi guardi, tu che mi racconti" (2000) analizza la politica della testimonianza e il ruolo delle storie personali nella sfera pubblica.

Filosofia Femminista: Cavarero è una figura importante nella filosofia femminista italiana. Ha scritto sull'importanza di una filosofia che tenga conto delle esperienze delle donne e delle questioni di genere.

Hannah Arendt: Cavarero ha studiato e scritto ampiamente sull'opera di Hannah Arendt, una filosofa politica e teorica sociale del XX secolo. La sua interpretazione delle opere di Arendt ha avuto un impatto significativo sulla comprensione della teoria politica di questa autrice. 

Identità e Differenza: La riflessione di Cavarero si è concentrata sulla questione dell'identità personale, dell'alterità e della differenza. Ha esplorato come la voce, la narrazione e l'ascolto possano contribuire a definire chi siamo e come ci rapportiamo agli altri.Adriana Cavarero è una figura chiave nella filosofia contemporanea e ha influenzato una vasta gamma di campi, tra cui la filosofia, la teoria politica, la filosofia femminista e la teoria della narrativa. Il suo lavoro ha aperto nuove prospettive sulla natura umana e sulle dinamiche delle relazioni umane.

Corso di storia della filosofia: Gadamer 1900

Hans-Georg   Gadamer 1900 Hans-Georg Gadamer  la riabilitazione del “pregiudizio” 1. Qualche dato introduttivo e collocazione filosofica H...